IL RITORNO DI RENZI IL PIFFERAIO

A proposito di pifferai …
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“Non è tanto facile suonare lo strumento della mente.”
Sigmund Freud

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Ho appena letto che Renzi ha creato un nuovo blog:

Il futuro, prima o poi, torna

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ATROCE DILEMMA:

TRATTASI DI FUTURO    …    SEMPLICE.MENTE    …    PROSSIMO?

OVVERO, VEROSIMILMENTE, TRATTASI – in tal caso – DI

FUTURO … ANTERIORE … per così dire … PASSATO … TRAPASSATO … e già … TRASLATO?

Cioè:

mica #ilpifferaio … suonato, stonato, stordito … da una valanga di venti milioni di #NO … l’avrà presa (futuro … anteriore … con funzione epistemica, conoscitiva) male???

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ALGORITMO

Cioè … Insomma … Riassumendo … E semplificando … L’algoritmo sarebbe il seguente:
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1) IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA PRESTA A DE BENEDETTI ( TESSERA N. 1 DEL Pd) SEICENTO MILIONI DI EURO PER I SUOI AFFARI.
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2) DE BENEDETTI (TESSERA N. 1 DEL Pd) NON RESTITUISCE I SEICENTO MILIONI DI EURO.
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3) INTANTO DE BENEDETTI ( TESSERA N. 1 DEL Pd) SOSTIENE CON REPUBBLICA RENZI ED IL RENZISMO.
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4) UNA VALANGA DI VENTI MILIONI DI #NO COSTRINGE #ILBOMBA A DIMETTERSI.
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5) IL POVERO GENTILONI – persona seria – ED IL SUO GOVERNO TARGATO Pd SONO COSTRETTI A SALVARE IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA.
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6) IL MIO DEBITO ( PUBBLICO), QUELLO DI MIA MOGLIE, DEI MIEI FIGLI, DI MIO NIPOTE – quest’ultimo, peraltro, cittadino italiano ed anche inglese – AUMENTANO PER SALVARE MONTE DEI PASCHI DI SIENA – CHE HA SALVATO DE BENEDETTI, TESSERA N. 1 DEL Pd – ED È SALVATO DA UN GOVERNO DEL Pd CHE È SOSTENUTO – fino a quando? – DA #ILBOMBA CONTRO CUI IO HO VOTATO #NO!!!

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LA STORIA CHE SI FA CON I #SE E CON I #MA

Rapidi appunti per un articolo che non scriverò mai … perché ho tanto da fare.

TITOLO

LA STORIA CHE SI FA CON I #SE E CON I #MA

SOTTOTITOLO

Tre anni di storia italiana in “n” capitoli

>>>>>Capitolo 1 – Renzi ed il Pd

Se Renzi, che aveva vinto le primarie del Pd, avesse attuato il programma della precedente campagna elettorale (il programma di Bersani) il Pd e la sinistra non sarebbero allo sbando …

>>>>>Capitolo 2 – Renzi e l’economia

Se Renzi non avesse sperperato trenta miliardi circa di soldi pubblici, il Paese sarebbe più stabile e non sarebbe allo sbando …

>>>>>Capitolo 3 – Renzi e la Buonasuola

Se Renzi non avesse fatto approvare la Buonasuola, la scuola non sarebbe allo sbando …

>>>>>Capitolo 4 –  Renzi e l’art. 18

Se non fosse stato “cassato” l’art. 18, non ci sarebbero stati – come ci sono stati – licenziamenti per ragioni disciplinari …

>>>>>Capitolo 5 – Renzi e la questione morale

Se Renzi avesse avuto il minimo di sensibilità per la questione morale, la vita pubblica italiana non si sarebbe ulteriormente imbarbarita …

>>>>>Capitolo 6 – Renzi e “la madre di tutte le battaglie”

Se Renzi non avesse promosso la riforma costituzionale e il referendum, gli Italiani non si sarebbero  scontrati e divisi sul #niente e sul #peggiodelniente…

>>>>>Capitolo 7 – Renzi e l’inseità

E Renzi, avendo avuto – … se avesse avuto … – una più matura “coscienza del sé”, sarebbe  ancora Capo del Governo e sarebbe diventato “Uomo di Stato” …

>>>>>Capitoli 8, 9,10 … … Capitolo “n” — Non ho tempo …

Capitoli 8, 9, 10 … … …

Chiedo scusa, ma non ho tempo …

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Capitolo “n”

… … … Ma Renzi c’è stato … e senza l’inseità ex precedente Capitolo 7 …

… E l’Italia ha buttato al vento altri tre anni della sua Storia.

Antonio Conese

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IO VOTO #NO

… Ebbene, è vero!
Io voto #NO alla ‘deforma costituzionale’ per il merito.
MA ANCHE PER LE RAGIONI CHE SEGUONO, ALCUNE DELLE QUALI RAFFORZANO IL MERITO.

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Copyright © Aprile 2016 – Antonio Conese

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Libertà di stampa e libera informazione

C’è stato davvero il pericolo che libertà di stampa e libertà di informazione fossero compromesse, in Italia, nel corso della fase storica che ci apprestiamo a mettere tra parentesi?
Sappiamo che c’è chi ha lamentato la strumentalità della polemica che ha accompagnato, in merito, il periodo che passerà alla storia come Ventennio della Seconda Repubblica.
La risposta all’interrogativo deve essere serenamente fornito esaminando i dati che l’osservatore ha a disposizione.
I casi degli attacchi a Enzo Biagi, a Michele Santoro e adesso a Giannini, i tentativi – che si rinnovano nel tempo, come vediamo in questi giorni – di mettere il bavaglio alla stampa a proposito della pubblicazione del contenuto delle intercettazioni sono sin troppo noti e ciascun cittadino può facilmente riflettere ed argomentare al riguardo.
Ma si può affermare, per esempio, che la stampa ostile a Berlusconi abbia avuto difficoltà ad esporre le proprie posizioni critiche? Direi proprio di no!

Non mi pare che libertà di stampa e libertà di informazione siano state davvero in pericolo in questi anni: che cosa e chi avrebbe potuto impedire ai partiti di opposizione di stampare pagine e pagine di notizie concernenti i processi in capo a Berlusconi e distribuirle nelle piazze per contrastare l’opera disinformativa e diseducativa di certa stampa e di certe televisioni?
Niente e nessuno!

Né si potrebbe sostenere che la legittima difesa della propria reputazione possa essere scambiata per attacco alla libertà di stampa, anche perché in Italia il giornalista oggetto della legittima difesa può sempre far valere trasparenza e correttezza del proprio operato di fronte alla magistratura.
Prendiamo le vicende che accompagnano spesso il giornalismo d’inchiesta.
Milena Gabanelli e Bernardo Iovene, per esempio, erano stati denunciati per diffamazione in relazione ad un servizio andato in onda su Report il 10 marzo del 2002 sulle sofisticazioni alimentari.
La Quinta Sezione Penale della Cassazione assolse i due giornalisti dalla contestata diffamazione sostenendo che la denuncia in «forma dubitativa» di «situazioni oscure» non è diffamazione, ma deve essere considerata diritto di critica del giornalista d’inchiesta: il diritto di critica non deve essere soggetto a «censura a priori» quando chi indaga ritiene di agire nella convinzione che quel sospetto sia fondato.
Certo, nella fattispecie i Giudizi della Cassazione evidenziarono che, a tutela del diffamato,“la questione circa l’ampiezza del dovere di controllo sulla verità della notizia”, nel denunciare ‘situazioni oscure’, trova un limite nel “caso in cui il sospetto sia obiettivamente del tutto assurdo” e che deve sussistere, inoltre, “anche il requisito dell’interesse pubblico all’oggetto dell’indagine giornalistica”.
Ciononostante, gli stessi Giudici spiegarono che “pretendere la censura a priori del giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare fino ad annullarlo il concetto stesso di sospetto e di giornalismo di inchiesta”.

Stampa libera e informazione libera
Sicché: si può affermare che, nel complesso, non è esistita, in Italia, un problema di libertà di stampa e di libertà di informazione.
C’è sicuramente, al contrario, la questione di avviare la realizzazione delle condizioni di una stampa più libera e di una informazione più libera: anche nell’era renziana.
Il nodo problematico mi pare essere ancora una volta il “conflitto di interesse”: se è legittimo che un organo di informazione abbia una specifica linea editoriale, seppure di parte, è un’evidente aberrazione che esistano linee editoriali a supporto di uno schieramento politico o di un personaggio politico, quando il personaggio che si sostiene, proprietario del giornale, governi e legiferi oppure eserciti in qualche modo un potere (anche “soltanto” il potere di informare chi legge).
Né tutta la stampa di opposizione a Berlusconi è risultata scevra dallo stesso groviglio di interessi: è stato possibile talvolta rilevare che i contenuti e i toni di alcuni articoli di giornali di sinistra non siano ad esprimere semplicemente una linea editoriale partigiana, bensì siano a sostenere un orientamento mirante a supportare “interessi” di parte.

Queste, secondo me, le domande cruciali che sono da porre quando si esamina un organo di informazione:
– CHI SONO I PROPRIETARI DEL GIORNALE?
– IL PROPRIETARIO DEL GIORNALE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA’?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DEL PROPRIETARIO CHE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DI INTERESSI “SPECIFICI”, DI INTERESSI “MATERIALI” DEL PROPRIETARIO?

Se sì, non si tratta sicuramente di stampa libera in grado di esprimere una informazione libera!
Noi abbiamo bisogno, insomma, di moltiplicare e diffondere organi di informazione che, seppure di parte – come sono d’altronde gli “organi di partito” – non siano espressione di conflitti di interesse e che, dunque, risultino liberi e che siano in grado di fare libera informazione, nel momento stesso in cui esprimono libere opinioni di parte, libere perché scevre da conflitti di interesse.

Questo è quello che l’opinione pubblica si aspetta da chi ha il dovere ed il diritto di controllare chi detiene il potere.

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Libera televisione in libero stato

Pazzesco!
Un effetto (storico) perverso di una decisione (storica) già di per sé perversa!
C’era una volta il consociativismo DC-PSI-PCI.
Il consociativismo DC-PSI-PCI generò tanti frutti amari.
E il consociativismo generò un frutto che si rivelò non solo amaro, ma anche velenoso: la triplicazione della RAI in RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI.
Questa fu una decisione (storica) perversa.
… … …
Ma quale fu un effetto (storico) perverso di tale decisione (storica) perversa?

In breve!
Se in Italia l’informazione televisiva pubblica non fosse stata e non fosse appannaggio dei partiti, l’operazione di Berlusconi, e adesso di Renzi, volta ad impadronirsi di due o dei tre canali della televisione pubblica e di monopolizzare ancora di più l’informazione non sarebbe stata nemmeno immaginata.
Io so per certo che una delle distorsioni della informazione in Italia è determinata dalla ‘longa manus’ dei partiti sulla televisione pubblica.
E so che la soluzione al problema della nostra televisione pubblica è che sia amputata la ‘longa manus’.

Dunque: libera televisione in libero stato!

Anche e soprattutto in questi giorni in cui assistiamo alle grandi manovre del Rottamatore-Pifferaio che sta tentando di completare l’opera di asservimento dell’informazione pubblica alla sua narrazione dell’Italia che riparte.

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Federalismo e questione meridionale

Non è nuova la consapevolezza che l’identità nazionale e l’identità regionale costituiscono la ricchezza dell’Europa e che le culture dei popoli sono la più grande eredità del continente europeo.

Devo confessare che in questi giorni le ‘prese di posizione’ fortemente critiche del Presidente della Regione Puglia Emiliano sull’operato del Governo induce a illuminare di luce nuova la questione del federalismo.

Parlare di federalismo in Italia ed esprimere una posizione critica al riguardo non è facile, considerato che il termine si è caricato di sfumature negative per le connotazioni razziste con cui una parte politica ha tinteggiato questa tesi nel corso degli ultimi tre decenni. Eppure io mi vado convincendo sempre di più che la questione debba essere affrontata con animo scevro dalle pregiudiziali che l’approccio leghista comporta.
La pluralità e le differenze tra le diverse regioni costituiscono il punto di forza della cultura italiana: dobbiamo ricordare che già Carlo Cattaneo, opponendosi al progetto di unificazione dei Savoia, aveva sostenuto la validità di uno stato confederato sul modello di quello svizzero.

Carlo Cattaneo, patriota e politico italiano del XIX secolo, è considerato uno dei padri del federalismo.
Le vicende storiche e la maniera in cui si è andata configurando la questione meridionale, e più ancora le persistenti difficoltà del Sud, paiono diano ragione a Cattaneo.

D’altra parte: l’arretratezza industriale del Sud è da considerarsi un’eredità dell’Italia preunitaria o piuttosto il risultato di “una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno”?
La storiografia più recente ha dimostrato in maniera incontrovertibile la veridicità della seconda ipotesi.
Scrivono Loglisci e Schiraldi: “Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblio, eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fatti troppo a lungo vergognosamente manipolati” (*).

Certo, lo sviluppo del Sud è compromesso, come sappiamo, da problematiche nuove: basti pensare al dilagare della corruzione, al diffondersi della criminalità in Regioni intere del Mezzogiorno.
Continuiamo ad ascoltare la cantilena sui problemi del Sud e la tiritera secondo cui si richiede una nuova classe dirigente che sia all’altezza delle sfide da affrontare. Adesso la stessa filastrocca ce la ripete anche Renzi, che non si interessa tanto dei nostri problemi. E, quando lo fa, pare non lo faccia proprio per gli interessi del Sud stesso: staremo a vedere come si evolverà la brutta faccenda del petrolio della Basilicata.
E se – sia per ragioni di rispetto del profilo di pluralità e dinamicità culturale, nonché per ragioni di opportunità storica contingente – un sano federalismo ‘solidale’ fosse effettivamente la risposta ad uno dei nodi problematici della storia dell’Italia del ‘900 e di oggi, ossia alla questione meridionale?
Chissà!?

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(*) Loglisci, M., Schiraldi, F., Dopo 150 anni di menzogne la Banca d’Italia conferma: l’Unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno, in “Onda del Sud” del 29.11.2010.
La lettura dell’articolo è davvero illuminante. Chi volesse consultarlo, può farlo collegandosi al ‘link’ appresso indicato: https://antonioconese.wordpress.com/?s=onda+del+sud .

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Non pensare all’elefante

Racconta David Frati che “ai suoi studenti del corso di Scienze cognitive e Linguistica all’Università di Berkeley, George Lakoff spesso propone un esercizio molto semplice ma invariabilmente destinato a mettere in crisi anche il più zelante degli studenti: qualunque cosa succeda, i ragazzi non devono pensare ad un elefante. Naturalmente, appena il professore finisce di pronunciare queste parole, il pensiero di un elefante, di solito evenienza abbastanza rara, diventa una sorta di ossessione onnipresente.
L’elefante è una metafora dell’avversario politico: i progressisti paiono più occupati a demolire, imitare, rintuzzare i conservatori che ad elaborare una strategia propria chiara e riconoscibile.”
… … …
Come sappiamo, l’elefante, negli Stati Uniti, è l’icona dei repubblicani.

George Lakoff, nel suo fortunatissimo saggio “Non pensare all’elefante”, aveva sostenuto che in ogni sfida politica vince chi riesce a comunicare i suoi valori fondamentali e imporre il suo linguaggio.

Lakoff vuole ricordarci – in definitiva – che un leader progressista, per risultare convincente, deve:

– avere un forte quadro di valori;
– avere un proprio linguaggio e riuscire ad imporlo nel dibattito politico;
– riuscire a comunicare i propri valori fondamentali;
– rinunciare ad inseguire il “Centro”, semmai inseguire la “Sinistra”;
– riuscire a convincere gli interlocutori (gli elettori).

E senza pensare all’elefante, appunto.
… … …
Questo sostiene Lakoff.

Io mi permetto di aggiungere che un leader, per risultare convincente e vincente non soltanto nelle tornate elettorali, ma soprattutto in relazione ai processi storici “progressivi”, non deve pensare all’elefante o, peggio, pensare di inseguirlo nelle proposte politiche.

Si potrebbe ipotizzare di esaminare la leadership di Matteo Renzi in relazione alla faccenda dell’elefante.
Ma la procedura, lo confessiamo, potrebbe essere molto “di parte”.
Per questo, tra le tante valutazioni, noi preferiamo affidarci ad un organismo come il Censis.
Scrive Fabio Martini nell’abbrivio di un articolo della Stampa del quattro dicembre 2015 (“Il Censis e l’Italia di Renzi – Un Paese che vive alla giornata”):
“Sostiene il Censis nel suo quarantonovesimo Rapporto annuale: l’Italia contemporanea, l’Italia di Matteo Renzi, è un Paese in «letargo esistenziale» in attesa di una ripresa continuamente annunciata sui mass media, una “tensione” che per ora non si è tramutata in un nuovo investimento collettivo. Perché l’Italia dell’era renziana è un Paese nel quale vincono fenomeni come la «pura cronaca», l’approccio di corto respiro, «il virus della disarticolazione dei pensieri» e del corpo sociale. Una disarticolazione, certo di lungo corso, nella quale convivono interessi particolari, egoismo individuale, una solitudine «di cui si scorge traccia anche nell’ossessiva simbiosi dei giovani con il proprio telefono cellulare», una povertà di progettazione del futuro. Un’Italia guidata da un governo impegnato ad innescare, attraverso il consenso alla sua azione, una mobilitazione collettiva per ora assente, anche per “colpa” dell’altro tipo di pulsione prodotta dall’attuale esecutivo: un decisionismo incardinato su una leadership «troppo accentrata», che premia più le fedeltà che le competenze e che si fida troppo del «puro comando».

Ecco i temi specifici che occorrerebbe approfondire, questa volta con una indagine piuttosto “partigiana”:
– la coerenza politica del Personaggio;
– la politica economica;
– le riforme costituzionali;
– la questione morale;
– la “buona s.uola” (sic!).

L’impresa è ardua, ma sarebbe da tentare.

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Il governo dei petrolieri

Il riscaldamento globale
2014: l’anno più caldo secondo i rilievi dell’Organizzazione meteorologica mondiale.
L’umanità ha di fronte a sé una delle più grandi sfide: l’obiettivo è quello di frenare il riscaldamento globale – l’aumento delle temperature a livello planetario – in modo tale che l’aumento medio non superi i due gradi centigradi entro la fine del secolo.
Un attento esame del parere degli esperti porta a rilevare che il fallimento delle politiche in materia avrebbe le conseguenze catastrofiche – peraltro già in atto – che così mi pare di poter riassumere:
squilibri nell’effetto serra;
devastazione degli ecosistemi, perdita della biodiversità;
scioglimento di ghiacciai, polari e non;
aumento del livello del mare;
scarsità ed inquinamento dell’acqua;
peggioramento dei fenomeni atmosferici;
disastri planetari;
scarsità alimentare;
intensificazione dei processi migratori.
È poi appena il caso di sottolineare che alcuni dei fenomeni sopraelencati sarebbero (sono?) senza dubbio causa di conflitti tra stati e popolazioni.

La sensibilità dei leader
Occorre il generale convincimento che la riduzione efficace delle emissioni di CO2 è improcrastinabile e che occorre adottare tutti gli strumenti per perseguire e raggiungere l’obiettivo.
Il vertice sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Parigi alla fine dello scorso anno riveste una importanza fondamentale.
Gli Stati si sono impegnati a cambiare il modo in cui si produce energia e ad aumentare l’energia proveniente da fonti rinnovabili, a ridurre in tutti i settori, produttivi e non, le emissioni nocive e a produrre energia più pulita. Ma gli accordi non risultano certamente vincolanti, al contrario di quanto auspicava Matteo Renzi, il quale aveva dichiarato: sul clima occorre “un accordo il più vincolante possibile, altrimenti rischia di essere scritto sulla sabbia”.
Renzi, come sappiamo, è sempre molto #logico, soprattutto nella coerenza tra affermazioni e comportamento, e decisioni politiche.
Gli ambientalisti, gli ecologisti sono ovviamente insoddisfatti delle scadenze e delle mete che i governanti sono riusciti faticosamente a concordare: non risulta difficile comprendere che secondo loro l’obiettivo della decarbonizzazione totale, della limitazione delle emissioni a zero entro la fine del secolo non saranno raggiunti.
Non vi è dubbio che occorrerebbe una forte sensibilità per questi temi da parte dei leader responsabili delle politiche nazionali e sovranazionali.

Le trivelle in mare
Come sappiamo, l’Italia da tempo sta fortemente impegnandosi nella diffusione delle energie rinnovabili.
Ma che succede in questi giorni?

Forse perché si avvicina la scadenza referendaria del 17 aprile, le televisioni di regime nascondono che nel tratto di mare tra Italia e Tunisia c’è stato un guasto ad un oleodotto sottomarino che ha determinato una estesa marea nera sugli scogli di isole tunisine a ridosso di Lampedusa.
E il Capo del Governo sembra mostrare di non cogliere i nessi tra l’impegno che anche il nostro Paese ha assunto rispetto alla riduzione della temperatura e la questione delle trivellazioni in mare.
Mostra di non avere sensibilità per i temi del cambiamento climatico quando dice che il referendum sulle trivellazioni è perdita di tempo; sembra mostrare di non conoscere i nessi tra uso delle fonti energetiche che inquinano e riscaldamento globale; manipola i dati – come ha sostenuto il Presidente della Regione Puglia; sembra non avvertire la necessità di dare segnali alla gente circa la necessità di procedere a passi spediti sulla strada delle energie rinnovabili.

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Ecco l’interrogativo del quesito referendario.
Come è facilmente rilevabile, il quesito non domanda se si è favorevoli a sospendere le trivellazioni in atto, bensì vuole indagare se gli Italiani vogliono che le trivellazioni cessino alla scadenza dei contratti.

Io non so se Renzi non abbia studiato bene il dossier, come sostiene Emiliano.
So, però, che invita ad andare al mare piuttosto che andare a votare.

A proposito (numero 1)
A proposito: Bersani dice che andrà a votare, ma voterà a favore della continuazione delle trivellazioni anche dopo la scadenza dei contratti. Ed anche Prodi voterà nella stessa maniera.
Prodi, Bersani, Renzi: escludo categoricamente che abbiano interessi personali di natura “materiale” in merito. Ma rilevo che – come si direbbe dalle mie parti – “i tre si grattano allo stesso tufo”. Ossia: tutti e tre, oggettivamente, sono perfettamente “in linea” con gli interessi dei petrolieri.

A proposito (numero 2)
In questo groviglio di intrecci tra politica e interessi dei petrolieri fanno notizia in queste ore le dimissioni del/della Ministro/a dello Sviluppo Economico Guidi.
Il/la Ministro/a ha scritto una lettera a Renzi in cui dichiara, in buona sostanza (semplifico per ragioni di spazio):

“Sono in buona fede” e “Sono entusiasta del Governo”
A                        ^                            B

Non esprimo alcuna ipotesi circa il valore di verità della prima proposizione: ognuno di noi se ne farà un’idea leggendo il testo della intercettazioni in cui Guidi fa riferimento anche alla Maria Elena nazionale.
Mi permetto invece di affermare che non ho alcun dubbio sulla sincerità del contenuto della seconda proposizione: comprendo molto bene le #nobili (sic!) ragioni del suo entusiasmo circa l’esperienza di governo.
Secondo voi, se ‘A’ risulta falsa e ‘B’ risulta vera, quale sarà il valore di verità della proposizione composta?
Insomma: A ^ B = VERO oppure A ^ B = FALSO?
Da #logica provetta – i Ministri del Governo Renzi sono tutti necessariamente molto logici, dal momento che hanno come #paradigma il loro Capo – il/la Ministro/a avrà immaginato: nessuno può pensare che affermo il falso se dichiaro che sono entusiasta di essere stata al Governo con Renzi, perché nessuno oserà pensare che questo non sia vero.
“La pensava così anche Gianni, quando un giorno al ritorno da scuola riferì: <<Ho preso sette in geografia e sei in aritmetica.>> Ma il giorno dopo la madre di Gianni andò a parlare con i professori e venne a sapere che in realtà il compito di aritmetica non era stato giudicato con sei, ma con cinque. <<Perché hai mentito?>> domandò. <<Ma, mamma, in geografia ho preso davvero sette!>> replicò Gianni.

Credo che siamo d’accordo sul fatto che Gianni abbia effettivamente mentito, pur avendo preso davvero sette in geografia.

Solo la verità integrale è verità: la mezza verità – come pure i nove decimi di verità – è una bugia. La verità è indivisibile.” (*)

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(*) VARGA, T., Fondamenti di logica per insegnanti, Torino, Boringhieri Ed., 1973, pag. 25.

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Copyright © Aprile 2016 – Antonio Conese

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IDIOCRACY

La orilla
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Idiocracy

Idiocracy è un film del 2006 diretto da Mike Judge (lo stesso autore della serie televisiva Beavis and Butt-head).

Dopo l’uscita nelle sale cinematografiche statunitensi e di alcuni paesi europei e il successivo lancio del DVD negli stessi paesi, il film è giunto nei cinema italiani il 3 agosto 2007.

In questa commedia dall’ambientazione fantascientifica viene dipinto uno scenario distopico del futuro dove, a causa della maggiore prolificità delle persone stupide, il livello di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano.

Idiocracy

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del debito pubblico … e di altro!

Con Renzi il debito pubblico ad oltre 2344 miliardi di euro – Ore 07:00, data odierna! Fra non molto raggiungerà i 2345 miliardi di euro!!! ***** INVITO A LEGGERE L’APPOSITO SCONVOLGENTE CONTATORE CONTENUTO NEL SEGUENTE LINK:
http://m.italiaora.org/

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A CHE COSA SERVONO I RETICOLI MATEMATICI?

COPYRIGHT : http://www.wired.it – Stefano Pisani, 30 marzo 2016

Ecco come impilare al meglio arance (secondo la matematica)

È un po’ complicato ma si può fare: le arance in dimensione 24 vanno sistemate secondo il reticolo di Leech

Come converrebbe disporre, in modo da farlo più efficacemente possibile, una pila di arance se viveste in un mondo a 8 dimensioni o, peggio, a 24? Oggi arriva la risposta della matematica, nel caso in cui voleste tentare la carriera di fruttivendolo ventiquattrodimensionale.

Nel 1611, Giovanni Keplero suggerì come disporre al meglio sfere in tre dimensioni, che fossero palle di cannone oppure arance, e disse che la migliore configurazione possibile era quella di una piramide. Si è dovuto poi aspettare fino al 1998 per avere la prima dimostrazione di questa congettura da parte di Thomas Hales dell’Università di Pittsburgh, e altri 16 anni (era il 2014) per la prima verifica formale completa, con l’ausilio di un computer, dell’esattezza di questa dimostrazione.

Ma perché fermarsi alla banalità del caso tridimensionale? Maryna Viazovska dell’Università Humboldt di Berlino ha infatti dimostrato che, in uno spazio a otto dimensioni, esiste una forma ottimale di disposizione delle sfere a otto dimensioni (ossia delle ipersfere) di quel mondo, ed è quello che in matematica è noto come reticolo E8. Inoltre, successivamente, dalla collaborazione della Viazovska con il gruppo di Henry Cohn e colleghi del Microsoft Research New England di Cambridge è arrivata la dimostrazione che in dimensione 24 la disposizione ottimale è quella che è conosciuto come reticolo di Leech. Erano vent’anni che non veniva risolto un problema del genere in dimensione diversa da tre.

In matematica esiste il problema dell’impacchettamento delle sfere, una sfida in cui si deve trovare una disposizione in cui le sfere riempiano una porzione di spazio il più esteso possibile. La porzione di spazio riempita dalle sfere viene chiamata densità della disposizione. Il problema è come rendere massima questa densità.

Il reticolo E8 (tecnicamente appartenente, in algebra, ai gruppi di Lie) è considerato da molti una delle più belle strutture matematiche mai concepite. La Viazovska ha dimostrato che disponendo le sfere (ipersfere, in dimensione maggiore di tre) nei punti di questo complesso reticolo, si ottiene la densità massima di impacchettamento (in dimensione 8) e che questa corrisponde a poco più del 25 per cento (nel caso tridimensionale, la piramide arrivava fino al 74 per cento).

Ma a cosa serve capire come impacchettare delle arance in 8 e 24 dimensioni? Anche se non sembra, ci sono importanti applicazioni pratiche. Per esempio, aver risolto il problema dell’impacchettamento delle sfere in 24 dimensioni può migliorare le comunicazioni wireless e può essere utile per comunicare con sonde che vengono inviate nelle profondità del Sistema Solare: immaginando ogni segnale inviato come una sfera, la soluzione del problema dell’impacchettamento in 24 dimensioni può aiutare a sapere quanti canali di comunicazione si possono utilizzare per evitare il sovraffollamento dei segnali stessi, in modo quindi da scongiurare ambiguità ed errori di trasmissione.

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Il presepe e la benedizione pasquale a scuola

Che bello, i social network!
Anche se non dobbiamo mai dimenticare che gli studiosi mettono giustamente in guardia dai rischi connessi all’uso che se ne fa, è però un fatto che – accanto a tanta zavorra – essi offrono comunque l’opportunità di dibattere “a distanza” con gli amici, anche virtuali, gli argomenti che più ci appassionano.
Ancora una volta, tutto dipende dall’impiego che si fa dei vari mezzi di comunicazione, compresi quelli disponibili sul web.

Ed ecco, dunque, che prima delle festività del Natale dell’anno scorso, discutendo con alcuni amici su Facebook, mi capita di sostenere che per affrontare la problematica del presepe a scuola, prima di imbarcarsi in dibattiti oziosi, sarebbe auspicabile preliminarmente – per questione di metodo – approfondire i temi “stato laico” e “stato confessionale”.

Il secondo passaggio sarebbe decidere se si è per lo stato laico o per lo stato confessionale.

Poi occorrerebbe compiere un esame della situazione in Italia (terzo passaggio).

Finalmente – sostenevo – dopo aver studiato per almeno un anno, si potrebbe cominciare a discutere nel merito!

Oppure, rischiamo di proporre argomentazioni simili a quelle cervellotiche espresse dal Ministro Giannini sul Presepe, non capendo il Ministro stesso le incomprensibili parole che pronunciò in quella occasione.

Il caso del Dirigente Scolastico Reggente – e cosa e quanto ha dovuto “reggere”, il malcapitato – esposto al pubblico ludibrio soprattutto dai politici nei mesi scorsi per la questione dei canti di Natale fu a lungo dibattuto con argomentazioni strumentali che certamente non giovarono ad un esame sereno ed approfondito del tema.
In tale circostanza assistemmo in televisione alla vergognosa sceneggiata di un ex-Ministro dell’Istruzione che, evidentemente a corto di cultura e di argomenti, provocatoriamente intonava – si fa per dire – “Tu scendi dalle stelle” davanti alla Scuola di Rozzano.

… … …
E dopo il Natale è arrivata la Pasqua.
… … …

Un recente interessantissimo articolo del Prof. Giovanni Cimbalo, Ordinario di Diritto Ecclesiastico alla Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, a proposito di un’articolata sentenza del TAR Emilia Romagna interviene a dare un significativo contributo alla discussione.

Ho deciso, allora, di dare spazio integrale a questo contributo. Scrive, dunque, il Prof. Cimbalo:

“La sentenza del Tar dell’Emilia Romagna che vieta l’effettuazione del rito della benedizione pasquale nei locali scolastici è estremamente equilibrata e distingue meglio di quanto abbiano saputo fare politici interessati, dirigenti scolastici, docenti e religiosi, tra conoscenza del fatto religioso e partecipazione al rito, ovvero a un atto devozionale che nelle intenzioni di chi lo compie intende porre un luogo sotto la protezione di un Dio, mediante atti conseguenti (la preghiera e gli atti rituali), finalizzati ad intercedere per ottenere la protezione della divinità.
Considerare la benedizione pasquale una mera tradizione ne sminuisce il significato e non concorre a coglierne la portata e l’importanza religiosa: chi lo fa banalizza e offende questo rito così importante per chi crede, in quanto marca il territorio, delimita uno spazio posto sotto la protezione del Dio dei cattolici.

A scuola si può parlare delle zeppole o delle uova dipinte, o della coltivazione e realizzazione dei sepolcri, ma non si possono porre queste attività ludico-gastronomiche o evocative di antiche festività e eventi dell’avvicinarsi della primavera – assorbite dalla tradizione religiosa cattolica e già frutto di religioni precedenti – assimilandole a un atto rituale come la benedizione che coinvolge i ministri di culto e i fedeli nella celebrazione di un atto devozionale.

I giudici hanno dimostrato di saper cogliere questa differenza che sfugge invece a dirigenti scolastici di evidente poca cultura religiosa, a politici a caccia di voti dell’elettorato più tradizionale e a prelati interessati a mantenere il controllo sul territorio e a tutti coloro che fanno della religione un “marcatore culturale” atto a affermare la propria appartenenza e identità.

Il confronto e il dialogo interreligioso, come quello con i non credenti, si svolge sul piano culturale e non sul terreno del rito e della pratica di culto, ridotta da chi vuole imporla e elemento folcloristico, depauperato di ogni significato religioso e devozionale, se non quello formale. Eppure la religiosità, la preghiera e la fede di tutto hanno bisogno fuorché di esibizioni forzate! La propaganda del culto si fa con la predicazione, con l’apostolato e con le azioni di carità e non con le esibizioni di malsane abitudini, come ad esempio la benedizione degli autoveicoli che notoriamente non hanno un’anima!

Consapevoli di ciò i giudici amministrativi hanno ricordato che il principio di laicità esige che la scuola sia luogo di cultura e di confronto tra le differenti appartenenze religiose, che anzi si faccia carico di affrontare queste tematiche con il metodo che gli è proprio e cioè il contraddittorio e il confronto tra le diverse opzioni. Il rito invece è esecuzione univoca, unilaterale, indiscutibile di un atto devozionale che o si condivide o non si condivide.
Certo l’efficacia di questa sentenza è limitata al caso specifico, ma è l’art. 19 della Costituzione che disciplina il diritto di celebrare il culto e di farne propaganda. E questa è norma generale che deve essere applicata e da tutti rispettata. Non solo: sono le stesse norme concordatarie che disciplinano la presenza della religione nella scuola che all’art. 9 del Concordato stabiliscono che l’insegnamento della religione deve avvenire come fatto culturale e non rituale. Altrettanto fanno le intese con le diverse confessioni le quali sanciscono che questo insegnamento non può avere carattere diffuso e quindi avvenire durante le altre attività della scuola.”

Il Prof. Cimbalo non manca di sottolineare che la sentenza indica ciò che occorre per affrontare seriamente il tema:
– buon senso;
– conoscenza della Costituzione, delle leggi, dei Patti con la Chiesa cattolica e con le altre Confessioni;
– rispetto del principio di uguaglianza tra chi crede e non crede e quindi del principio di laicità.

Ancora una volta mi permetto di evidenziare, dunque, quanto illuminate risultino ancora oggi le scelte compiute dagli estensori dei Programmi di Scuola Primaria del 1985, largamente ispirate alla proposizione del confronto interculturale e del dialogo interreligioso.

Non è chi non veda, dunque, come ancora tanta, ma tanta strada sia da percorrere, in Italia, per la realizzazione di una scuola davvero laica.

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Il governo dei petrolieri

Il riscaldamento globale

2014: l’anno più caldo secondo i rilievi dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

L’umanità ha di fronte a sé una delle più grandi sfide: l’obiettivo è quello di frenare il riscaldamento globale – l’aumento delle temperature a livello planetario – in modo tale che l’aumento medio non superi i due gradi centigradi entro la fine del secolo.

Un attento esame del parere degli esperti porta a rilevare che il fallimento delle politiche in materia avrebbe le conseguenze catastrofiche – peraltro già in atto – che così mi pare di poter riassumere:

squilibri nell’effetto serra;

devastazione degli ecosistemi, perdita della biodiversità;

scioglimento di ghiacciai, polari e non;

aumento del livello del mare;

scarsità ed inquinamento dell’acqua;

peggioramento dei fenomeni atmosferici;

disastri planetari;

scarsità alimentare;

intensificazione dei processi migratori.

È poi appena il caso di sottolineare che alcuni dei fenomeni sopraelencati sarebbero (sono?) senza dubbio causa di conflitti tra stati e popolazioni.

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La sensibilità dei leader

Occorre il generale convincimento che la riduzione efficace delle emissioni di CO2 è improcrastinabile e che occorre adottare tutti gli strumenti per perseguire e raggiungere l’obiettivo.

Il vertice sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Parigi alla fine dello scorso anno riveste una importanza fondamentale.

Gli Stati si sono impegnati a cambiare il modo in cui si produce energia e ad aumentare l’energia proveniente da fonti rinnovabili, a ridurre in tutti i settori, produttivi e non, le emissioni nocive e a produrre energia più pulita. Ma gli accordi non risultano certamente vincolanti, al contrario di quanto auspicava Matteo Renzi, il quale aveva dichiarato: sul clima occorre “un accordo il più vincolante possibile, altrimenti rischia di essere scritto sulla sabbia”.

Renzi, come sappiamo, è sempre molto #logico, soprattutto nella coerenza tra affermazioni e comportamento, e decisioni politiche.

Gli ambientalisti, gli ecologisti sono ovviamente insoddisfatti delle scadenze e delle mete che i governanti sono riusciti faticosamente a concordare: non risulta difficile comprendere che secondo loro l’obiettivo della decarbonizzazione totale, della limitazione delle emissioni a zero entro la fine del secolo non saranno raggiunti.

Non vi è dubbio che occorrerebbe una forte sensibilità per questi temi da parte dei leader responsabili delle politiche nazionali e sovranazionali.
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Le trivelle in mare

Come sappiamo, l’Italia da tempo sta fortemente impegnandosi nella diffusione delle energie rinnovabili.

Ma che succede in questi giorni?

Forse perché si avvicina la scadenza referendaria del 17 aprile, le televisioni di regime nascondono che nel tratto di mare tra Italia e Tunisia c’è stato un guasto ad un oleodotto sottomarino che ha determinato una estesa marea nera sugli scogli di isole tunisine a ridosso di Lampedusa.

E il Capo del Governo sembra mostrare di non cogliere i nessi tra l’impegno che anche il nostro Paese ha assunto rispetto alla riduzione della temperatura e la questione delle trivellazioni in mare.
Mostra di non avere sensibilità per i temi del cambiamento climatico quando dice che il referendum sulle trivellazioni è perdita di tempo; sembra mostrare di non conoscere i nessi tra uso delle fonti energetiche che inquinano e riscaldamento globale; manipola i dati – come ha sostenuto il Presidente della Regione Puglia; sembra non avvertire la necessità di dare segnali alla gente circa la necessità di procedere a passi spediti sulla strada delle energie rinnovabili.

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Ecco l’interrogativo del quesito referendario.
Come è facilmente rilevabile, il quesito non chiede se si è favorevoli a sospendere le trivellazioni in atto, bensì se si vuole che le trivellazioni cessino alla scadenza dei contratti.

Io non so se Renzi non abbia studiato bene il dossier, come sostiene Emiliano.

So, però, che invita ad andare al mare piuttosto che andare a votare.
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A proposito (numero 1)

A proposito: Bersani dice che andrà a votare, ma voterà a favore della continuazione delle trivellazioni anche dopo la scadenza dei contratti. Ed anche Prodi voterà nella stessa maniera.

Prodi, Bersani, Renzi:escludo categoricamente che abbiano interessi personali di natura “materiale” in merito. Ma rilevo che – come si direbbe dalle mie parti – “i tre si grattano allo stesso tufo”. Ossia: tutti e tre, oggettivamente, sono perfettamente “in linea” con gli interessi dei petrolieri.
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A proposito (numero 2)

In questo groviglio di intrecci tra politica e interessi dei petrolieri fanno notizia in queste ore le dimissioni del/della Ministro/a dello Sviluppo Economico Guidi.

Il/la Ministro/a ha scritto una lettera a Renzi in cui dichiara, in buona sostanza (semplifico per ragioni di spazio):

“Sono in buona fede” e “Sono entusiasta del Governo”
A ^ B

Non esprimo alcuna ipotesi circa il valore di verità della prima proposizione: ognuno di noi se ne farà un’idea leggendo il testo della intercettazioni in cui Guidi fa riferimento anche alla Maria Elena nazionale.

Mi permetto invece di affermare che non ho alcun dubbio sulla sincerità del contenuto della seconda proposizione: comprendo molto bene le #nobili (sic!) ragioni del suo entusiasmo circa l’esperienza di governo.

Secondo voi, se ‘A’ risulta falsa e ‘B’ risulta vera, quale sarà il valore di verità della proposizione composta?

Insomma: A ^ B = VERO oppure A ^ B = FALSO?

Da #logica provetta – i Ministri del Governo Renzi sono tutti necessariamente molto logici, dal momento che hanno come #paradigma il loro Capo – il/la Ministro/a avrà immaginato: nessuno può pensare che affermo il falso se dichiaro che sono entusiasta di essere stata al Governo con Renzi, perché nessuno oserà pensare che questo non sia vero.

“La pensava così anche Gianni, quando un giorno al ritorno da scuola riferì:
– Ho preso sette in geografia e sei in aritmetica. –
Ma il giorno dopo la madre di Gianni andò a parlare con i professori e venne a sapere che in realtà il compito di aritmetica non era stato giudicato con sei, ma con cinque.
– Perché hai mentito? – domandò.
– Ma mamma, in geografia ho preso davvero sette. – replicò Gianni.
Credo che siamo d’accordo sul fatto che Gianni abbia effettivamente mentito, pur avendo preso davvero sette in geografia.
Solo la verità integrale è verità: la mezza verità – come pure i nove decimi di verità – è una bugia. La verità è indivisibile.” (*)

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(*) VARGA, T., Fondamenti di logica per insegnanti, Torino, Boringhieri Ed., 1973, pag. 25.

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Terrorismo

Non so se devo arrendermi ai sentimenti di confusione emotiva e cognitiva che il tema suscita in me!

Devo constatare che risulta piuttosto faticoso anche provare semplicemente ad elencare, innanzitutto, le problematiche in campo, che si sovrappongono prepotentemente nella mente nonostante il tentativo di mettere ordine alle stesse:

1a – il conflitto in Siria, Iraq, Libia e l’ampiezza dell’area di diffusione dell’Isis;
1b – la deludente risposta delle istituzioni comunitarie;

2a – il fenomeno dei rifugiati;
2b – la deludente risposta delle istituzioni comunitarie;

3a – il terrorismo;
3b – la deludente risposta delle istituzioni comunitarie;

4 – le iniziative a breve termine per illustrare ai cittadini, in special modo ai minori, le cause dei fenomeni e i tentativi di affrontare gli stessi;

5a – le iniziative a medio, lungo termine per un dialogo interreligioso;
5b – le iniziative a medio, lungo termine per una educazione interculturale.

Ho l’unica certezza di come il tema, per essere affrontato in maniera adeguata, richieda un complesso apporto multidisciplinare, e necessiti di soluzioni interculturali.

Dovremmo interrogare gli storici per avere un panorama il più possibile esaustivo delle cause delle guerre in Iraq, in Siria, in Libia e dell’estensione del fenomeno dell’Isis in tante zone dell’Africa cui consegue il fenomeno dei rifugiati.
Così daremmo risposte alle ragioni della diffusione di questa terza guerra mondiale “a pezzi”.
E dovremmo domandare agli storici di spiegarci le cause, attuali e future, dei fenomeni migratori in corso e di quelli che verranno – i migranti economici – in generale.

Dovremmo interrogare i sociologi perché ci illustrino come si determini la radicalizzazione dei soggetti che diventano poi terroristi, del come interi quartieri partecipino alla copertura delle cellule fisiche nella Capitale dell’Europa e solidarizzino con il terrorista arrestato dalla polizia con atteggiamenti che ci rammentano da vicino le scene che noi ricordiamo di aver viste in quartieri della nobile Napoli in occasione dell’arresto di un camorrista; di come le cellule risultino spesso familiari; di come intere famiglie fuggano in Siria, portandosi al seguito anche bambini piccoli; di come le cellule, nell’epoca di internet, siano spesso virtuali e non abbiano bisogno di risultare necessariamente cellule fisiche; di come sia necessario tenere sotto controllo le carceri perché lì si fa proselitismo di piccoli delinquenti che poi diventano “foreign fighters”; di come masse di popolazione autoctona abbandonino intere zone di una città che diventano ghetti, come è successo a Bruxelles con i quartieri di Molenbeek ed Etterbeek.

Dovremmo interrogare l’economia politica perché ci illustri come gli Stati, e quali Stati, facciano affari con l’Isis con il traffico illegale del petrolio, con la fornitura immorale delle armi e quanto massiccio sia il flusso di moneta nelle casse dell’Isis.

Dovremmo interrogare la politica per conoscere quali sono le risposte che intende dare ai fenomeni sopra elencati e alle richieste di sicurezza dei cittadini europei; per conoscere, per esempio, quanto tempo occorrerà per la costituzione della invocata procura europea; per capire come si fa ad impedire la formazione dei ghetti.

Dovremmo interrogare le magistrature – e la Magistratura italiana, in particolare, che in questo può essere maestra – per comprendere perché lo Stato ha il dovere di rispettare le regole democratiche e costituzionali, perché è necessario che il livello delle garanzie sia rispettato, perché la legge innanzitutto deve rispettare la legge anche di fronte al fenomeno del terrorismo.

Dovremmo interrogare le “intelligence” per comprendere come si fa investigazione e azione preventiva del fenomeno del terrorismo, perché il terrorista va neutralizzato prima che entri in azione e non già dopo che ha agito.

Dovremmo interrogare gli organi di polizia, gli organi competenti per capire se è necessario sistemare i “metal detector” all’ingresso degli aeroporti; e come fare per difenderci, sapendo che quando avremo imparato a presenziare e a mettere in sicurezza gli aeroporti e le metropolitane, resteranno pur sempre i musei, i centri commerciali, le chiese… ahimè … le scuole…

Dovremmo interrogare la psicologia dell’età evolutiva, gli psichiatri per avere indicazioni sul come affrontare l’analisi dei fatti con i bambini, con i minori che possono avere svariate reazioni che richiedono risposte differenziate; e con i cittadini adulti che invocano, questi ultimi, immediati “blitz” per procedere allo sterminio totale dei jihadisti.

Dovremmo affidarci a Papa Francesco perché ci indichi la via del dialogo interreligioso.

E dovremmo interrogare la pedagogia affinché ci insegni come essere informati ‘per’ e formati ‘a’ comprendere l’altro da sé, affinché ci indichi la via per una corretta educazione interculturale.

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Stanno cercando di spingerci al conflitto civile con gli islamici, e con gli islamici che vivono pacificamente con noi: se questo avvenisse si favorirebbe la narrazione dell’Isis che sta tentando di convincere la gente di essere il baluardo dell’Islam e che sia in atto una guerra di religione.
La potenza mediatica dell’Isis è formidabile e occorre controllare il proselitismo su internet.
Occorre evitare che si diffonda l’ideologia jihadista e che essa faccia proselitismo nelle nostre città.
Ma la strada non è quella di vietare di costruire le moschee: tanto equivale a sostenere che sarebbe opportuno e necessario che in tante parti del Pianeta fosse vietato costruire chiese.

Bisogna sostenere chi davvero sta combattendo l’Isis e sanzionare chi in maniera subdola sostiene l’Isis acquistando il petrolio e vendendo armi.
Come avrebbero detto Falcone e Borsellino, occorre seguire la via della moneta per combattere efficacemente l’Isis e il terrorismo.

Dobbiamo sapere che questa guerra è una guerra che si combatte contro i civili e le città sono diventate il campo di battaglia: inevitabilmente, dire che i terroristi possono essere in ogni caso controllabili significa illudere la gente.
E non dobbiamo mai dimenticare che i terroristi vogliono mantenere l’iniziativa anche psicologica, mostrare che sono prontissimi a colpire e che colpiscono quando e dove vogliono; che l’obiettivo prioritario che sta perseguendo l’Isis è di diffondere il terrore.

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Ma soprattutto dobbiamo avere coscienza che l’Occidente ha le sue responsabilità e che questa guerra, come è stato giustamente detto, noi l’abbiamo dichiarata senza averla combattuta o talvolta combattendola male: tanto, al fine di evitare gli errori del passato, anche prossimo.

E essendo consapevoli che, in ogni caso, distruzione chiama altra distruzione!

antonio conese, 25 marzo 2016

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