Non spegnete il cervello: si può sempre imparare

da  “La Repubblica”, 03 gennaio 2001

 

OLIVER SACKS
© 2011 The New York Times Distributed 
by The New York Times Syndacate 
(Traduzione di Antonella Cesarini)

  

             I  propositi  per  l´anno  nuovo  spesso  riguardano un´alimentazione più sana, il frequentare  di  più  la  palestra,  lo  smettere  di  mangiare  dolci,  il  perdere  peso: tutti encomiabili obiettivi che  servono  a  migliorare  la salute  fisica. La maggior parte della gente, tuttavia, non si rende conto di poter potenziare allo stesso modo anche il proprio cervello.
Sebbene  alcune  aree cerebrali siano determinate geneticamente fin dalla nascita o dalla prima infanzia, altre zone – specie quelle poste nella corteccia cerebrale, che è nevralgica per  le  funzioni cognitive superiori come il linguaggio e il pensiero, nonché per le funzioni sensoriali  e  motorie –  possono  essere in larga misura ricondizionate nell´età adulta. In effetti, il cervello possiede la sorprendente capacità di recuperare la propria funzionalità dopo  aver  subito  un  danno: persino un danno devastante come la perdita della vista o dell´udito.   Nella   mia  veste  di  medico  che  si  occupa  di  pazienti  affetti  da  malattie neurologiche, mi accade continuamente di assistere a questo fenomeno.
Ad  esempio,  una  delle mie pazienti rimasta sorda a 9 anni, in seguito a una scarlattina, era  talmente  abile a leggere il labiale che ci si dimenticava della sua sordità. Una volta, senza pensarci, mi sono voltato mentre le stavo parlando.

«Non  riesco  più  a  sentirla»,  mi disse  seccamente.  «Intende  dire  che  non riesce più a vedermi», le dissi. «Lei può definirlo vedere, ma per me é un modo di sentire».
La   lettura   labiale,  osservando  i  movimenti  delle  labbra,  è  stata  immediatamente trasformata  da  questa  paziente  in  un  modo di “ascoltare” il suono delle parole nella propria mente. Il suo cervello ha trasformato una sensazione in un´altra.
Allo  stesso  modo,  i ciechi riescono spesso a “vedere”. Alcune aree del cervello, se non stimolate, si atrofizzano e muoiono. («Usalo o lo perderai», dicono spesso i neurologi). Ma  le  aree  visive  del  cervello,  anche  in alcuni soggetti nati ciechi, non scompaiono completamente ma vengono reimpiegate da altri sensi.  Tutti abbiamo sentito parlare
di persone non vedenti che possiedono un udito insolitamente acuto, ma anche altri sensi possono  essere  potenziati.  Ad esempio,  Geerat  Vermeij,  un  biologo  diventato cieco all´età  di 3 anni, ha identificato molte nuove specie di molluschi sulla base di lievissime variazioni dei contorni delle conchiglie. Egli utilizza una sorta di abilità spaziale o tattile di molto superiore a quello di una qualunque persona vedente.
Lo  scrittore  Ved Metha,  anch´egli  cieco  fin  dalla prima infanzia, naviga soprattutto utilizzando la “ecolocazione” – la capacità cioè di avvertire la presenza degli oggetti dal modo in cui essi riflettono i suoni, o gli impercettibili cambiamenti delle correnti d´aria che raggiungono il suo viso. Ben Underwood, un ragazzo straordinario che perse la
vista quando  aveva  3  anni  e  che è morto nel 2009, a 16 anni, aveva elaborato un´efficace strategia,  simile  a  quella  dei  delfini,  che gli permetteva, emettendo schiocchi a ritmo regolare,  di  avvertirne  l´eco  sugli  oggetti  vicini.  Era diventato così abile che poteva andare in bicicletta, fare sport e persino giocare con i videogame.
Persone   come   Ben  Underwood  e  Ved  Metha,   che  hanno  avuto  qualche  precoce esperienza  visiva  ma che in seguito hanno perso la vista, sono in grado di trasformare istantaneamente  le  informazioni  che  ricevono  attraverso  il senso tattile o l´udito, in un´immagine  visiva:  riescono, ad esempio, a “vedere” i puntini mentre leggono con le dita la scrittura Braille.
I  ricercatori  che  utilizzano  le  immagini  funzionali  del  cervello  confermano  che  in situazioni del genere i soggetti attivano non solamente le aree della corteccia dedicate
al senso tattile, ma anche parti della corteccia visiva.
Non c´è bisogno di essere ciechi o sordi per sfruttare la misteriosa capacità del cervello di  apprendere,  adattarsi  e  svilupparsi.  Ho  visto centinaia di pazienti con vari deficit – ictus, sindrome di Parkinson e persino demenza – imparare a fare le cose in modo nuovo, sia consapevolmente che inconsapevolmente, così da aggirare quei problemi.
Il  fatto  che  il  cervello  sia  in  grado di adattamenti tanto radicali solleva interrogativi interessanti. Fino a che punto siamo plasmati dal nostro cervello, e in che misura siamo noi a plasmarlo? La capacità del cervello di modificarsi può essere sfruttata in modo da fornirci maggiori capacità cognitive? L´esperienza di molte persone fa ritenere che ciò è possibile.
Una mia paziente è diventata paralitica da un giorno all´altro a causa di un´infezione del midollo  spinale.  Inizialmente  è  caduta  in  depressione  perché  non  poteva  più godere nemmeno del più piccolo piacere, come il cruciverba quotidiano, da lei tanto amato. Dopo  qualche  settimana,  però,  ha  chiesto  di  avere  il  suo giornale, in modo da poter almeno  dare  un´occhiata  al gioco, vederne la configurazione, gettare uno sguardo agli indizi. Nel fare questo, accadde qualcosa di straordinario. Leggendo gli indizi, le risposte sembrarono scriversi da sole negli spazi vuoti. Nelle settimane successive la sua memoria visiva si potenziò fino a quando scoprì di poter tenere a mente l´intero cruciverba e tutti gli indizi dopo una sola, attenta, occhiata e di poter risolverlo mentalmente.
Questa   evoluzione   può   verificarsi  anche  in  pochi  giorni. I ricercatori di Harvard, ad esempio, hanno scoperto che soggetti adulti vedenti, tenuti bendati per soli cinque giorni, sono  in  grado  di  produrre  un  cambiamento  nel modo in cui funziona il loro cervello: i soggetti    hanno    migliorato    considerevolmente    le   loro   competenze   tattili,   come l´apprendimento del sistema Braille.
La  neuroplasticità  –  la  capacità  del cervello di creare nuovi percorsi – svolge un ruolo essenziale  nel  recupero  di  coloro  che  perdono  una  capacità  sensoriale,  cognitiva  o motoria.  Essa  tuttavia  può  svolgere un ruolo essenziale anche nella vita quotidiana di tutti   noi.   Sebbene   sia   vero   che   apprendere   durante   l´infanzia   è   più   facile,   i neuroscienziati oggi sanno che il cervello non cessa di svilupparsi, anche nell´età matura. Ogni  volta  che  ci  accingiamo  a  fare  qualcosa  che già sappiamo fare, o apprendiamo qualcosa  di  nuovo,  le connessioni neuronali già presenti si potenziano e, con il tempo, i neuroni  ne  creano di nuove.  Possono essere create persino delle nuove cellule nervose.
Ho sentito molte storie di persone comuni che hanno iniziato a praticare un nuovo sport o  a  suonare  uno  strumento  musicale  a  50  o  60  anni  e non soltanto sono diventate piuttosto  brave  ma,  facendolo,  ne  hanno  tratto  una  grande  gioia. Eliza Bussey, una giornalista  di  55 anni che oggi studia arpa al conservatorio Peabody di Baltimora, solo pochi  anni  fa  non  era  in grado di leggere neanche una nota. In una sua lettera, mi ha scritto che cosa è significato imparare a suonare la Passacaglia di Händel: «Sentivo, ad esempio, che le mie dita e il mio cervello cercavano di collegarsi per dare forma a nuove sinapsi… So che il mio cervello è cambiato in modo straordinario».
Non c´è dubbio che la signora Bussey ha ragione: il suo cervello è cambiato.
La  musica ha una particolare forza plasmante, perché ascoltarla e soprattutto suonarla impegna  molte  differenti  aree  del  cervello,  le  quali  devono tutte lavorare in tandem: dalla lettura della notazione musicale e il coordinamento di precisi movimenti muscolari della mano alla valutazione e all´espressione del ritmo e della tonalità e all´associazione della musica a ricordi ed emozioni.
Che  sia  attraverso  l´apprendimento  di  una  nuova  lingua,  viaggiando in posti nuovi, seguendo una passione per l´apicoltura o semplicemente pensando in modo nuovo ad un vecchio  problema,  tutti  noi,  nei  prossimi  anni  e  in  quelli  che  seguiranno,  possiamo stimolare  lo  sviluppo  del  nostro  cervello.  Proprio come l´attività fisica è essenziale al mantenimento  di  un corpo sano, così mettere alla prova il proprio cervello, mantenerlo attivo, impegnato, flessibile e vivace non è soltanto divertente: è essenziale al benessere cognitivo. 

 

 

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