Le lezioni in inglese che ci rendono meno colti

da “il Fatto Quotidiano” – 13 aprile 2012

DIEGO MARANI

Le lezioni in inglese che ci rendono meno colti

Lingua Frankensteina. E’ così che il linguista inglese Robert Phillipson definisce oggi l’inglese, lanciando un grido d’allarme sulla presunta potenza unificatrice di quella che è considerata la lingua franca della modernità. La diffusione dell’inglese sta infatti producendo mostri linguistici che anziché alimentarle potrebbero soffocare intere culture.

La moda dilagante di convertire all’inglese l’insegnamento di molte università rischia infatti di provocare molti più danni che benefici. Oggi in Italia anche il Politecnico di Milano segue l’esempio di quello di Torino e istituisce corsi in lingua inglese, avviandosi sulla strada di un inesorabile impoverimento culturale che ha già colpito altrove nel mondo. Siccome sarà impossibile reclutare solo insegnanti di madrelingua, molti professori italiani si dovranno mettere a insegnare in una lingua che non è la loro lingua madre e nella quale, per quanto bene possano saperla, non avranno mai l’eloquenza e la chiarezza dell’italiano. Di conseguenza il sapere che saranno capaci di trasmettere sarà azzoppato, limitato, espresso in una lingua povera e bassa. Si creerà così il paradosso di italiani che parlano male in inglese ad altri italiani che lo capiranno male. Quale valore aggiunto può scaturire da una simile assurdità?

E anche se, malgrado i costi enormi, le università italiane riuscissero a reclutare solo insegnanti di madrelingua, l’effetto negativo sarà uguale ma opposto: poiché si userà solo l’inglese, non si svilupperanno più in italiano ricerche e studi, la lingua perderà la capacità di ragionare e riflettere sugli argomenti della modernità, non solo tecnologica e scientifica. Insomma, non avremo più le parole per dire quello che di nuovo si scopre e si inventa. In più, è risaputo che lo studio in una lingua straniera riduce il rendimento degli studenti che, come gli insegnanti sono costretti a elaborare il loro pensiero fuori dalla lingua madre. Tutto questo è già stato osservato in molti paesi africani, dove il colonialismo ha lasciato l’uso dell’insegnamento in una delle ex lingue coloniali, a scapito della lingua madre degli studenti, considerata lingua minore, arretrata e primitiva.

Si presumeva che questo avrebbe messo gli studenti africani allo stesso livello di quelli europei. Non è così. Oggi esistono fior di ricerche che smentiscono ogni beneficio dell’insegnamento esclusivo in una lingua straniera, tranne in condizioni di bilinguismo preesistente. Infatti nelle scuole della Tanzania oggi si sta cambiando strategia. Si è scoperto che l’insegnamento in Swahili, non solo aumenta il rendimento degli studenti, rendendoli competitivi rispetto ai loro colleghi di altri continenti, ma arricchisce la lingua dei concetti e della terminologia necessari per stare al passo coi tempi. Per concludere, la conoscenza dell’inglese è senz’altro una necessità del mondo moderno.

La ricerca scientifica, la diffusione delle conoscenze, la comunicazione internazionale si fa in inglese e l’università è la prima a doversi aprire a quest’uso. Ma senza chiudere la porta alla lingua madre, che è quella che ci dà la capacità di astrazione, strumento essenziale del pensiero e della conoscenza. L’eliminazione della lingua madre da determinati settori della vita di un paese, può minacciare la coesione sociale e la vitalità di una lingua, creando nella nostra società una nuova divisione per ceti linguistici. La giusta via è un corretto multilinguismo, insegnato in modo coerente fin dall’infanzia e dalla scuola pubblica. Solo così ogni individuo avrà sufficiente padronanza di almeno due lingue e potrà anche affrontare studi superiori in una lingua straniera, cogliendo in modo equilibrato ogni opportunità che offre la globalizzazione senza perdere la propria cultura.

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Una risposta a Le lezioni in inglese che ci rendono meno colti

  1. antonioconese ha detto:

    I geni del Politecnico di Milano, come già in passato quelli del Politecnico di Torino, hanno assunto una decisione storica (sic!) : dall’anno accademico 2014-2015 le lezioni di tutte le lauree magistrali verranno tenute esclusivamente in inglese, come anche gli esami.
    Secondo la loro decisione “brillante”, in tal modo si incentiverebbe la formazione di un contesto internazionale.
    Pura illusione, la loro!
    Sono ben altre le motivazioni che possono favorire l’internazionalizzazione di una Università: in primo luogo, la qualità della ricerca e l’efficacia delle procedure di insegnamento/apprendimento!

    Siamo convinti da sempre che uno dei problemi cruciali della scuola italiana sia la cronica “denutrizione scientifica”, come Qualcuno nobilmente denunciava durante gli anni trenta e quaranta del secolo scorso.
    Che, poi, lo studio dell’inglese sia necessario, anche semplicemente per comprendere il lessico elementare che utilizziamo nell’uso del computer, oramai lo sanno anche i bambini della scuola dell’infanzia.
    Lo studio dell’inglese, con metodologie appropriate, nonché l’utilizzazione della lingua inglese – e, può darsi, della lingua cinese nei prossimi decenni – è fondamentale per un cittadino del villaggio globale.
    L’attualità delle tre “i” , si diceva qualche anno fa: informatica, inglese … italiano (!!!).
    Non c’è dubbio che un corso di laurea magistrale debba prevedere anche (!) la imprescindibile capacità di apprendere e relazionare in lingua inglese.
    Anche!!!
    Ma questo difficilmente mi convincerà che, nell’ambito di una saggia progettazione curricolare concernente un corso di discipline scientifiche e tecniche, risulti corretto “cassare” l’uso della lingua nazionale: a me pare che espungere la lingua italiana dal curricolo sia davvero testimonianza di provincialismo culturale.
    Risulta sin troppo evidente come, per un italiano, sia decisivo innanzitutto pensare e parlare bene in italiano.
    Ovviamente, con i tempi che corrono, occorre parlare e pensare bene in inglese.
    Ma non ci può e non ci deve essere alternativa tra le due esigenze.

    Naturalmente sarebbe auspicabile che anche i laureati del Politecnico di Milano e di Torino non commettano errori di sintassi quando parlano in italiano, nonché errori di sintassi e di ortografia quando scrivono in italiano.

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