Educazione: non sapere di non sapere

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“Socrate era saggio perché sapeva di non sapere. Noi siamo a uno stadio precedente – ma non so se questo sia sufficiente per poterci definire presocratici – perché non ci siamo accorti quanto sia grave e profonda la nostra ignoranza”. Con queste parole si apre Senza Sapere, il costo dell’ignoranza, un saggio molto attuale, appena pubblicato da Laterza, nel quale Giovanni Solimene – docente, bibliotecario, presiedente del Forum del libro – quantifica i costi sociali ed economici di due decenni di mancati investimenti nel mondo della scuola e della cultura. Partendo da una grande verità: “Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza” (Derek Bok, ex rettore di Harvard). È stato calcolato ad esempio che soltanto la dispersione scolastica faccia perdere indirettamente all’Italia circa 70 miliardi all’anno, pari al 4% del PIL. Una stima certamente approssimativa e tutta da approfondire (come del resto il concetto stesso di ‘dispersione’)… ma il Punto è proprio questo! Sappiamo ancora troppo poco del nostro stesso (non) sapere. E ignorando il nostro livello di ignoranza, finiamo per sottovalutarlo, e non facciamo abbastanza per porvi rimedio. foto Paolo PatrunoIl problema non è solo a valle, nella possibilità di calcolare effetti e costi del non sapere, ma è anche e prima di tutto a monte, nella debolezza degli strumenti a nostra disposizione per misurarlo. Un problema sul quale, circoscrivendo il suo raggio d’azione ai minori, si confronta da tempo anche Save the Children (ad esempio nell’Atlante dell’infanzia a rischio 2011, 2012 e 2013) e al quale cerca ora di dare una prima parziale risposta il nuovo Indicatore delle Povertà educative elaborato in occasione della campagna Illuminiamo il futuro. D’altra parte, proprio il lavoro di ricerca e organizzazione dei dati disponibili per costruire l’indice IPE (a cura di Christian Morabito, con l’aiuto di un qualificato comitato scientifico), ha rafforzato la convinzione di dover potenziare l’impegno per la raccolta e la diffusione di indicatori specifici e ad altezza di bambino. Malgrado alcuni importanti passi in avanti compiuti negli ultimi anni – il varo dell’Anagrafe scolastica ad opera del MIUR e la promozione dell’indice BES e di ottime indagini multiscopo da parte dell’Istat – c’è ancora tanto da fare, in particolare rispetto alla valutazione qualitativa dei percorsi educativi. Alcuni possibili interventi sono a portata di mano e non costano niente: convincere il Garante della Privacy ad autorizzare finalmente l’acquisizione dei dati relativi al lavoro e al reddito dei genitori dei ragazzi iscritti a scuola e alla formazione professionale, per poter studiare l’influenza delle condizioni familiari di base (povertà, esclusione sociale) sui curriculum scolastici; riformulare i test INVALSI in modo da includere la valutazione delle competenze non formali e di “abilità per la vita” accanto a quelle canoniche (italiano e matematica). Se vogliamo aspirare alla “dotta ignoranza” di Socrate, e contribuire a illuminare il futuro dei bambini italiani con cognizione di causa, dobbiamo darci da fare per rinnovare e potenziare i nostri strumenti di analisi e valutazione dei diversi territori educativi.
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