Il cambiamento climatico e i conflitti di potere, di oggi e di domani

copyright  © liMes – RIVISTA ITALIANA DI GEOPOLITICA

di Lucio Caracciolo
RUBRICA IL PUNTO Studiare gli effetti dell’innalzamento delle temperature è la chiave per decifrare le ragioni dei conflitti attuali e del futuro.Articolo originariamente pubblicato in inglese su The Guardian
[Carta di Laura Canali – per ingrandire, clicca qui; per vedere altre carte sul riscaldamento globale, clicca qui]

Il cambiamento climatico è uno dei fondamentali fattori di qualsiasi analisi geopolitica sul mondo di oggi. Il riscaldamento dell’atmosfera prodotto dalla concentrazione dell’anidride carbonica (gas serra), che nella seconda metà di questo secolo (fra 2050 e 2070) sarà doppia rispetto al livello toccato prima della rivoluzione industriale (560 parti per milione contro le 280 di allora), è infatti un macrofenomeno destinato a incidere su tutti gli aspetti della vita associata, non escluse le strutture istituzionali e politiche.

 

Non si possono capire i conflitti di potere attuali senza considerare quanto siano influenzati dai mutamenti nella configurazione geofisica dei territori prodotti dall’innalzamento delle temperature e dalle conseguenze sociali e politiche da esso prodotte. Le quali sono molto diverse a seconda degli spazi geografici su cui impattano. Insomma, se il riscaldamento è un fenomeno globale, i suoi effetti sono molto specifici e variati. Ma insieme a questa diversità bisogna considerare, nella valutazione geopolitica del cambiamento climatico, le peculiarità di continenti e nazioni diverse, anche sotto il profilo sociale ed economico.

 

Prendiamo per esempio l’Africa. Qui il riscaldamento dell’atmosfera significa accelerare la desertificazione (vedi il report Unesco con le mappe di Laura Canali per Connect4Climate). Questo vuol dire più fame, più povertà, più migrazioni alla ricerca di regioni meno ostili alla vita umana. Il paradosso è che a soffrire di più è un continente che produce emissioni di gas serra – fonte primaria del cambiamento climatico – relativamente modeste. Le emissioni pro capite in Africa nel 2008 (stime più recenti) sono il triplo del 1950, ma appena il 6,6% di quelle registrate in Nordamerica.

 

Un altro esempio sono le isole e gli arcipelaghi particolarmente esposti all’innalzamento del livello delle acque marine – altro effetto del riscaldamento dell’atmosfera. Un evento che sta letteralmente cambiando la faccia del pianeta. Si consideri solo che l’innalzamento del livello dei mari nel decennio 2001-2010 è stato di 3 millimetri all’anno, ossia il doppio della tendenza osservata nel Novecento, quando si trattava di 1,6 millimetri/anno. Restando all’Africa, i delta del Nilo e del Niger sono direttamente minacciati dalla penetrazione di acqua salata. Con effetti disastrosi, anzitutto, sulle economie di due fra i massimi paesi del continente, Egitto e Nigeria.

 

Ci sono poi i fenomeni climatici estremi, visibili ormai in tutto il mondo, Occidente sviluppato compreso. Nelle più povere regioni dell’Africa subsahariana, ad esempio, le piogge particolarmente intense minacciano l’habitat di molte regioni, specie presso le coste del Golfo di Guinea o tra Kenya e Mozambico. Mettendo fra l’altro a rischio i raccolti agricoli.

 

Tutti questi fenomeni hanno il potere di incrementare il rischio di conflitti di origine climatica. La caccia alle risorse naturali – a cominciare dall’acqua – è un vettore di guerre destinato a diventare sempre più visibile nel prossimo futuro. Si pensi solo all’importanza del controllo delle falde acquifere e della Valle del Giordano nel caso israelo-palestinese, o alla competizione per le acque del Nilo, che tocca principalmente Etiopia, Sudan ed Egitto.

 

La conoscenza di questi rischi è ancora limitata, ma sarà una delle frontiere dell’analisi strategica nel prossimo futuro, come dimostrano le risorse impiegate dalle maggiori potenze mondiali per lo studio delle conseguenze geopolitiche del cambiamento climatico.

 

Articolo originariamente pubblicato in inglese su The Guardian

Insights from a warming world

Climate change is becoming one of the most important geopolitical drivers
Climate

Food production at risk and population movement in Africa. Photograph: Laura Canali and Connect4Climate

Climate change is one of the most relevant topics for analysis in the field of geopolitics today. In the second half of this century (between 2050 and 2070) the atmosphere’s concentration of carbon dioxide from greenhouse gas emissions (560 parts per million) might be twice the level reached during the industrial revolution (280 parts per million).

The global warming from this concentration is a phenomenon that will affect all aspects of daily life, including institutional and political systems.

It is difficult to understand current political conflicts if we don’t consider how greatly they are influenced by changes in the geophysical configurations of certain areas because of warming temperatures. These changes generate differing social and political consequences depending on the geographic areas affected. In other words, although warming is a global phenomenon, its effects are varied and specific in different regions.

In addition to these differences in the geopolitical evaluation of climate change, we also need to consider the social and economic profiles of different continents and nations.

Let’s look at Africa, for example. Here, atmospheric warming isaccelerating desertification. This means increased hunger, poverty and human migrations to search for more hospitable regions. The paradox is that the countries that will suffer most are part of a continent that produces relatively low greenhouse gas emissions – the primary cause of climate change. According to the most recent estimates, emissions per capita in Africa in 2008 were three times higher than in 1950, but they represent only about 6.6% of those recorded in North America.

Another example is the islands that are particularly exposed to the rise in sea level, another consequence of global warming that is literally changing our planet’s appearance. We need to consider the sea level rise during the decade 2001-2010 which was 3 millimeters per year. That is twice the annual rise observed throughout the entire 20th century, when it was 1.6 millimeters per year. In Africa, the delta regions of the Nile and Niger Rivers are threatened by the penetration of oceanic saline waters, with disastrous consequences in Egypt and Nigeria, two of the continent’s biggest economies.

In addition, extreme climate phenomena are now occurring all over the world, including in developed countries in the West. In the poorest areas of sub-Saharan Africa, for instance, intense rains threaten the habitat and the agricultural yields in many regions, particularly the coastal areas of the Gulf of Guinea and that between Kenya and Mozambique.

All these phenomena increase the risk of climate change conflicts. The hunt for natural resources – in particular water – is destined to intensify in the near future. We only need to consider the importance of controlling the groundwater in the Jordan Valley in the Israeli-Palestinian case, or the competition for the Nile waters among Ethiopia, Sudan and Egypt.

Awareness of these risks from climate change is still limited, but they will be one of the frontiers of strategic analysis in the future, as demonstrated by the interest of the world’s major economies in the study of the geopolitical consequences of climate change.

With increasing awareness of climate impacts and the progress noted in visualising these, the challenge of building resilience will become easier. Yet much action is still need to prevent dangerous climate change.

Lucio Caracciolo is the founder and editor of Limes, an Italian geopolitical magazine.

 

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