IO VOTO #NO

… Ebbene, è vero!
Io voto #NO alla ‘deforma costituzionale’ per il merito.
MA ANCHE PER LE RAGIONI CHE SEGUONO, ALCUNE DELLE QUALI RAFFORZANO IL MERITO.

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Copyright © Aprile 2016 – Antonio Conese

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Libertà di stampa e libera informazione

C’è stato davvero il pericolo che libertà di stampa e libertà di informazione fossero compromesse, in Italia, nel corso della fase storica che ci apprestiamo a mettere tra parentesi?
Sappiamo che c’è chi ha lamentato la strumentalità della polemica che ha accompagnato, in merito, il periodo che passerà alla storia come Ventennio della Seconda Repubblica.
La risposta all’interrogativo deve essere serenamente fornito esaminando i dati che l’osservatore ha a disposizione.
I casi degli attacchi a Enzo Biagi, a Michele Santoro e adesso a Giannini, i tentativi – che si rinnovano nel tempo, come vediamo in questi giorni – di mettere il bavaglio alla stampa a proposito della pubblicazione del contenuto delle intercettazioni sono sin troppo noti e ciascun cittadino può facilmente riflettere ed argomentare al riguardo.
Ma si può affermare, per esempio, che la stampa ostile a Berlusconi abbia avuto difficoltà ad esporre le proprie posizioni critiche? Direi proprio di no!

Non mi pare che libertà di stampa e libertà di informazione siano state davvero in pericolo in questi anni: che cosa e chi avrebbe potuto impedire ai partiti di opposizione di stampare pagine e pagine di notizie concernenti i processi in capo a Berlusconi e distribuirle nelle piazze per contrastare l’opera disinformativa e diseducativa di certa stampa e di certe televisioni?
Niente e nessuno!

Né si potrebbe sostenere che la legittima difesa della propria reputazione possa essere scambiata per attacco alla libertà di stampa, anche perché in Italia il giornalista oggetto della legittima difesa può sempre far valere trasparenza e correttezza del proprio operato di fronte alla magistratura.
Prendiamo le vicende che accompagnano spesso il giornalismo d’inchiesta.
Milena Gabanelli e Bernardo Iovene, per esempio, erano stati denunciati per diffamazione in relazione ad un servizio andato in onda su Report il 10 marzo del 2002 sulle sofisticazioni alimentari.
La Quinta Sezione Penale della Cassazione assolse i due giornalisti dalla contestata diffamazione sostenendo che la denuncia in «forma dubitativa» di «situazioni oscure» non è diffamazione, ma deve essere considerata diritto di critica del giornalista d’inchiesta: il diritto di critica non deve essere soggetto a «censura a priori» quando chi indaga ritiene di agire nella convinzione che quel sospetto sia fondato.
Certo, nella fattispecie i Giudizi della Cassazione evidenziarono che, a tutela del diffamato,“la questione circa l’ampiezza del dovere di controllo sulla verità della notizia”, nel denunciare ‘situazioni oscure’, trova un limite nel “caso in cui il sospetto sia obiettivamente del tutto assurdo” e che deve sussistere, inoltre, “anche il requisito dell’interesse pubblico all’oggetto dell’indagine giornalistica”.
Ciononostante, gli stessi Giudici spiegarono che “pretendere la censura a priori del giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare fino ad annullarlo il concetto stesso di sospetto e di giornalismo di inchiesta”.

Stampa libera e informazione libera
Sicché: si può affermare che, nel complesso, non è esistita, in Italia, un problema di libertà di stampa e di libertà di informazione.
C’è sicuramente, al contrario, la questione di avviare la realizzazione delle condizioni di una stampa più libera e di una informazione più libera: anche nell’era renziana.
Il nodo problematico mi pare essere ancora una volta il “conflitto di interesse”: se è legittimo che un organo di informazione abbia una specifica linea editoriale, seppure di parte, è un’evidente aberrazione che esistano linee editoriali a supporto di uno schieramento politico o di un personaggio politico, quando il personaggio che si sostiene, proprietario del giornale, governi e legiferi oppure eserciti in qualche modo un potere (anche “soltanto” il potere di informare chi legge).
Né tutta la stampa di opposizione a Berlusconi è risultata scevra dallo stesso groviglio di interessi: è stato possibile talvolta rilevare che i contenuti e i toni di alcuni articoli di giornali di sinistra non siano ad esprimere semplicemente una linea editoriale partigiana, bensì siano a sostenere un orientamento mirante a supportare “interessi” di parte.

Queste, secondo me, le domande cruciali che sono da porre quando si esamina un organo di informazione:
– CHI SONO I PROPRIETARI DEL GIORNALE?
– IL PROPRIETARIO DEL GIORNALE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA’?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DEL PROPRIETARIO CHE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DI INTERESSI “SPECIFICI”, DI INTERESSI “MATERIALI” DEL PROPRIETARIO?

Se sì, non si tratta sicuramente di stampa libera in grado di esprimere una informazione libera!
Noi abbiamo bisogno, insomma, di moltiplicare e diffondere organi di informazione che, seppure di parte – come sono d’altronde gli “organi di partito” – non siano espressione di conflitti di interesse e che, dunque, risultino liberi e che siano in grado di fare libera informazione, nel momento stesso in cui esprimono libere opinioni di parte, libere perché scevre da conflitti di interesse.

Questo è quello che l’opinione pubblica si aspetta da chi ha il dovere ed il diritto di controllare chi detiene il potere.

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Libera televisione in libero stato

Pazzesco!
Un effetto (storico) perverso di una decisione (storica) già di per sé perversa!
C’era una volta il consociativismo DC-PSI-PCI.
Il consociativismo DC-PSI-PCI generò tanti frutti amari.
E il consociativismo generò un frutto che si rivelò non solo amaro, ma anche velenoso: la triplicazione della RAI in RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI.
Questa fu una decisione (storica) perversa.
… … …
Ma quale fu un effetto (storico) perverso di tale decisione (storica) perversa?

In breve!
Se in Italia l’informazione televisiva pubblica non fosse stata e non fosse appannaggio dei partiti, l’operazione di Berlusconi, e adesso di Renzi, volta ad impadronirsi di due o dei tre canali della televisione pubblica e di monopolizzare ancora di più l’informazione non sarebbe stata nemmeno immaginata.
Io so per certo che una delle distorsioni della informazione in Italia è determinata dalla ‘longa manus’ dei partiti sulla televisione pubblica.
E so che la soluzione al problema della nostra televisione pubblica è che sia amputata la ‘longa manus’.

Dunque: libera televisione in libero stato!

Anche e soprattutto in questi giorni in cui assistiamo alle grandi manovre del Rottamatore-Pifferaio che sta tentando di completare l’opera di asservimento dell’informazione pubblica alla sua narrazione dell’Italia che riparte.

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Federalismo e questione meridionale

Non è nuova la consapevolezza che l’identità nazionale e l’identità regionale costituiscono la ricchezza dell’Europa e che le culture dei popoli sono la più grande eredità del continente europeo.

Devo confessare che in questi giorni le ‘prese di posizione’ fortemente critiche del Presidente della Regione Puglia Emiliano sull’operato del Governo induce a illuminare di luce nuova la questione del federalismo.

Parlare di federalismo in Italia ed esprimere una posizione critica al riguardo non è facile, considerato che il termine si è caricato di sfumature negative per le connotazioni razziste con cui una parte politica ha tinteggiato questa tesi nel corso degli ultimi tre decenni. Eppure io mi vado convincendo sempre di più che la questione debba essere affrontata con animo scevro dalle pregiudiziali che l’approccio leghista comporta.
La pluralità e le differenze tra le diverse regioni costituiscono il punto di forza della cultura italiana: dobbiamo ricordare che già Carlo Cattaneo, opponendosi al progetto di unificazione dei Savoia, aveva sostenuto la validità di uno stato confederato sul modello di quello svizzero.

Carlo Cattaneo, patriota e politico italiano del XIX secolo, è considerato uno dei padri del federalismo.
Le vicende storiche e la maniera in cui si è andata configurando la questione meridionale, e più ancora le persistenti difficoltà del Sud, paiono diano ragione a Cattaneo.

D’altra parte: l’arretratezza industriale del Sud è da considerarsi un’eredità dell’Italia preunitaria o piuttosto il risultato di “una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno”?
La storiografia più recente ha dimostrato in maniera incontrovertibile la veridicità della seconda ipotesi.
Scrivono Loglisci e Schiraldi: “Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblio, eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fatti troppo a lungo vergognosamente manipolati” (*).

Certo, lo sviluppo del Sud è compromesso, come sappiamo, da problematiche nuove: basti pensare al dilagare della corruzione, al diffondersi della criminalità in Regioni intere del Mezzogiorno.
Continuiamo ad ascoltare la cantilena sui problemi del Sud e la tiritera secondo cui si richiede una nuova classe dirigente che sia all’altezza delle sfide da affrontare. Adesso la stessa filastrocca ce la ripete anche Renzi, che non si interessa tanto dei nostri problemi. E, quando lo fa, pare non lo faccia proprio per gli interessi del Sud stesso: staremo a vedere come si evolverà la brutta faccenda del petrolio della Basilicata.
E se – sia per ragioni di rispetto del profilo di pluralità e dinamicità culturale, nonché per ragioni di opportunità storica contingente – un sano federalismo ‘solidale’ fosse effettivamente la risposta ad uno dei nodi problematici della storia dell’Italia del ‘900 e di oggi, ossia alla questione meridionale?
Chissà!?

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(*) Loglisci, M., Schiraldi, F., Dopo 150 anni di menzogne la Banca d’Italia conferma: l’Unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno, in “Onda del Sud” del 29.11.2010.
La lettura dell’articolo è davvero illuminante. Chi volesse consultarlo, può farlo collegandosi al ‘link’ appresso indicato: https://antonioconese.wordpress.com/?s=onda+del+sud .

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Non pensare all’elefante

Racconta David Frati che “ai suoi studenti del corso di Scienze cognitive e Linguistica all’Università di Berkeley, George Lakoff spesso propone un esercizio molto semplice ma invariabilmente destinato a mettere in crisi anche il più zelante degli studenti: qualunque cosa succeda, i ragazzi non devono pensare ad un elefante. Naturalmente, appena il professore finisce di pronunciare queste parole, il pensiero di un elefante, di solito evenienza abbastanza rara, diventa una sorta di ossessione onnipresente.
L’elefante è una metafora dell’avversario politico: i progressisti paiono più occupati a demolire, imitare, rintuzzare i conservatori che ad elaborare una strategia propria chiara e riconoscibile.”
… … …
Come sappiamo, l’elefante, negli Stati Uniti, è l’icona dei repubblicani.

George Lakoff, nel suo fortunatissimo saggio “Non pensare all’elefante”, aveva sostenuto che in ogni sfida politica vince chi riesce a comunicare i suoi valori fondamentali e imporre il suo linguaggio.

Lakoff vuole ricordarci – in definitiva – che un leader progressista, per risultare convincente, deve:

– avere un forte quadro di valori;
– avere un proprio linguaggio e riuscire ad imporlo nel dibattito politico;
– riuscire a comunicare i propri valori fondamentali;
– rinunciare ad inseguire il “Centro”, semmai inseguire la “Sinistra”;
– riuscire a convincere gli interlocutori (gli elettori).

E senza pensare all’elefante, appunto.
… … …
Questo sostiene Lakoff.

Io mi permetto di aggiungere che un leader, per risultare convincente e vincente non soltanto nelle tornate elettorali, ma soprattutto in relazione ai processi storici “progressivi”, non deve pensare all’elefante o, peggio, pensare di inseguirlo nelle proposte politiche.

Si potrebbe ipotizzare di esaminare la leadership di Matteo Renzi in relazione alla faccenda dell’elefante.
Ma la procedura, lo confessiamo, potrebbe essere molto “di parte”.
Per questo, tra le tante valutazioni, noi preferiamo affidarci ad un organismo come il Censis.
Scrive Fabio Martini nell’abbrivio di un articolo della Stampa del quattro dicembre 2015 (“Il Censis e l’Italia di Renzi – Un Paese che vive alla giornata”):
“Sostiene il Censis nel suo quarantonovesimo Rapporto annuale: l’Italia contemporanea, l’Italia di Matteo Renzi, è un Paese in «letargo esistenziale» in attesa di una ripresa continuamente annunciata sui mass media, una “tensione” che per ora non si è tramutata in un nuovo investimento collettivo. Perché l’Italia dell’era renziana è un Paese nel quale vincono fenomeni come la «pura cronaca», l’approccio di corto respiro, «il virus della disarticolazione dei pensieri» e del corpo sociale. Una disarticolazione, certo di lungo corso, nella quale convivono interessi particolari, egoismo individuale, una solitudine «di cui si scorge traccia anche nell’ossessiva simbiosi dei giovani con il proprio telefono cellulare», una povertà di progettazione del futuro. Un’Italia guidata da un governo impegnato ad innescare, attraverso il consenso alla sua azione, una mobilitazione collettiva per ora assente, anche per “colpa” dell’altro tipo di pulsione prodotta dall’attuale esecutivo: un decisionismo incardinato su una leadership «troppo accentrata», che premia più le fedeltà che le competenze e che si fida troppo del «puro comando».

Ecco i temi specifici che occorrerebbe approfondire, questa volta con una indagine piuttosto “partigiana”:
– la coerenza politica del Personaggio;
– la politica economica;
– le riforme costituzionali;
– la questione morale;
– la “buona s.uola” (sic!).

L’impresa è ardua, ma sarebbe da tentare.

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Il governo dei petrolieri

Il riscaldamento globale
2014: l’anno più caldo secondo i rilievi dell’Organizzazione meteorologica mondiale.
L’umanità ha di fronte a sé una delle più grandi sfide: l’obiettivo è quello di frenare il riscaldamento globale – l’aumento delle temperature a livello planetario – in modo tale che l’aumento medio non superi i due gradi centigradi entro la fine del secolo.
Un attento esame del parere degli esperti porta a rilevare che il fallimento delle politiche in materia avrebbe le conseguenze catastrofiche – peraltro già in atto – che così mi pare di poter riassumere:
squilibri nell’effetto serra;
devastazione degli ecosistemi, perdita della biodiversità;
scioglimento di ghiacciai, polari e non;
aumento del livello del mare;
scarsità ed inquinamento dell’acqua;
peggioramento dei fenomeni atmosferici;
disastri planetari;
scarsità alimentare;
intensificazione dei processi migratori.
È poi appena il caso di sottolineare che alcuni dei fenomeni sopraelencati sarebbero (sono?) senza dubbio causa di conflitti tra stati e popolazioni.

La sensibilità dei leader
Occorre il generale convincimento che la riduzione efficace delle emissioni di CO2 è improcrastinabile e che occorre adottare tutti gli strumenti per perseguire e raggiungere l’obiettivo.
Il vertice sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Parigi alla fine dello scorso anno riveste una importanza fondamentale.
Gli Stati si sono impegnati a cambiare il modo in cui si produce energia e ad aumentare l’energia proveniente da fonti rinnovabili, a ridurre in tutti i settori, produttivi e non, le emissioni nocive e a produrre energia più pulita. Ma gli accordi non risultano certamente vincolanti, al contrario di quanto auspicava Matteo Renzi, il quale aveva dichiarato: sul clima occorre “un accordo il più vincolante possibile, altrimenti rischia di essere scritto sulla sabbia”.
Renzi, come sappiamo, è sempre molto #logico, soprattutto nella coerenza tra affermazioni e comportamento, e decisioni politiche.
Gli ambientalisti, gli ecologisti sono ovviamente insoddisfatti delle scadenze e delle mete che i governanti sono riusciti faticosamente a concordare: non risulta difficile comprendere che secondo loro l’obiettivo della decarbonizzazione totale, della limitazione delle emissioni a zero entro la fine del secolo non saranno raggiunti.
Non vi è dubbio che occorrerebbe una forte sensibilità per questi temi da parte dei leader responsabili delle politiche nazionali e sovranazionali.

Le trivelle in mare
Come sappiamo, l’Italia da tempo sta fortemente impegnandosi nella diffusione delle energie rinnovabili.
Ma che succede in questi giorni?

Forse perché si avvicina la scadenza referendaria del 17 aprile, le televisioni di regime nascondono che nel tratto di mare tra Italia e Tunisia c’è stato un guasto ad un oleodotto sottomarino che ha determinato una estesa marea nera sugli scogli di isole tunisine a ridosso di Lampedusa.
E il Capo del Governo sembra mostrare di non cogliere i nessi tra l’impegno che anche il nostro Paese ha assunto rispetto alla riduzione della temperatura e la questione delle trivellazioni in mare.
Mostra di non avere sensibilità per i temi del cambiamento climatico quando dice che il referendum sulle trivellazioni è perdita di tempo; sembra mostrare di non conoscere i nessi tra uso delle fonti energetiche che inquinano e riscaldamento globale; manipola i dati – come ha sostenuto il Presidente della Regione Puglia; sembra non avvertire la necessità di dare segnali alla gente circa la necessità di procedere a passi spediti sulla strada delle energie rinnovabili.

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Ecco l’interrogativo del quesito referendario.
Come è facilmente rilevabile, il quesito non domanda se si è favorevoli a sospendere le trivellazioni in atto, bensì vuole indagare se gli Italiani vogliono che le trivellazioni cessino alla scadenza dei contratti.

Io non so se Renzi non abbia studiato bene il dossier, come sostiene Emiliano.
So, però, che invita ad andare al mare piuttosto che andare a votare.

A proposito (numero 1)
A proposito: Bersani dice che andrà a votare, ma voterà a favore della continuazione delle trivellazioni anche dopo la scadenza dei contratti. Ed anche Prodi voterà nella stessa maniera.
Prodi, Bersani, Renzi: escludo categoricamente che abbiano interessi personali di natura “materiale” in merito. Ma rilevo che – come si direbbe dalle mie parti – “i tre si grattano allo stesso tufo”. Ossia: tutti e tre, oggettivamente, sono perfettamente “in linea” con gli interessi dei petrolieri.

A proposito (numero 2)
In questo groviglio di intrecci tra politica e interessi dei petrolieri fanno notizia in queste ore le dimissioni del/della Ministro/a dello Sviluppo Economico Guidi.
Il/la Ministro/a ha scritto una lettera a Renzi in cui dichiara, in buona sostanza (semplifico per ragioni di spazio):

“Sono in buona fede” e “Sono entusiasta del Governo”
A                        ^                            B

Non esprimo alcuna ipotesi circa il valore di verità della prima proposizione: ognuno di noi se ne farà un’idea leggendo il testo della intercettazioni in cui Guidi fa riferimento anche alla Maria Elena nazionale.
Mi permetto invece di affermare che non ho alcun dubbio sulla sincerità del contenuto della seconda proposizione: comprendo molto bene le #nobili (sic!) ragioni del suo entusiasmo circa l’esperienza di governo.
Secondo voi, se ‘A’ risulta falsa e ‘B’ risulta vera, quale sarà il valore di verità della proposizione composta?
Insomma: A ^ B = VERO oppure A ^ B = FALSO?
Da #logica provetta – i Ministri del Governo Renzi sono tutti necessariamente molto logici, dal momento che hanno come #paradigma il loro Capo – il/la Ministro/a avrà immaginato: nessuno può pensare che affermo il falso se dichiaro che sono entusiasta di essere stata al Governo con Renzi, perché nessuno oserà pensare che questo non sia vero.
“La pensava così anche Gianni, quando un giorno al ritorno da scuola riferì: <<Ho preso sette in geografia e sei in aritmetica.>> Ma il giorno dopo la madre di Gianni andò a parlare con i professori e venne a sapere che in realtà il compito di aritmetica non era stato giudicato con sei, ma con cinque. <<Perché hai mentito?>> domandò. <<Ma, mamma, in geografia ho preso davvero sette!>> replicò Gianni.

Credo che siamo d’accordo sul fatto che Gianni abbia effettivamente mentito, pur avendo preso davvero sette in geografia.

Solo la verità integrale è verità: la mezza verità – come pure i nove decimi di verità – è una bugia. La verità è indivisibile.” (*)

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(*) VARGA, T., Fondamenti di logica per insegnanti, Torino, Boringhieri Ed., 1973, pag. 25.

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