L’arte buddhista del lasciare andare

Viaggiare mi ha insegnato una grande lezione che non ha nulla a che vedere con la spiritualità o con riflessioni molto profonde. In realtà è un insegnamento molto concreto: lo zaino che ti porti sulle spalle deve pesare il minimo possibile.

Tutto qui. Molto semplice, vero? Eppure queste parole me le sono ripetute decine di volte viaggiando, tra un’imprecazione e l’altra. Perché per tanti anni, per quanto mi sforzassi, lo zaino era sempre troppo pieno e il peso sulle mie spalle mi impediva di godermi a pieno dell’esperienza.

Poi sono diventato un minimalista, una svolta davvero decisiva: da quel momento ho capito che il segreto per uno zaino leggero è nella semplicità. Più precisamente in una semplice formula: solo l’essenziale, niente superfluo.

Mettere ordine anche nella mente, non solo nella vita

Ho iniziato a eliminare tutto il superfluo, aggettivo che per me si riferisce anche a tutto ciò che ti fa pensare “ora non mi serve, ma forse, un domani…“. Dopo essermi sbarazzato di tutto ciò che non era necessario, ho iniziato a dedicarmi a ciò che invece lo era. Ho concentrato il mio tempo e le mie energie verso l’essenziale, me ne sono preso cura. Anche così mi sono avvicinato sempre di più alle coordinate della mia felicità.

In un primo momento, diventare minimalista mi ha permesso di alleggerire nettamente la mia vita dal punto di vista degli oggetti. Su un piano fisico, lo zaino pesava meno, il mobile era ordinato, i vestiti facilmente reperibili e via discorrendo. Ma con il passare del tempo mi sono reso conto che il Minimalismo mi stava anche alleggerendo su un piano emotivo. Non avevo messo in ordine solo gli oggetti della mia vita, ma anche il caos che avevo nella testa e nel cuore.

È stata una rivoluzione di grande positività che mi ha insegnato un’altra lezione, questa volta per nulla concreta ma molto spirituale: il peso più grande che ci portiamo dentro non è quello dello zaino o delle cose, ma quello dei pensieri.

Il racconto buddhista dei due monaci e la donna

Potrei scrivere migliaia di parole per spiegare questo concetto ma c’è un racconto buddhista che con la consueta semplicità lo racconta perfettamente.

Due monaci buddisti lasciarono il loro monastero per raggiungerne un altro che distava circa un giorno di cammino. Dopo alcune ore a camminare, una fortissima tempesta li sorprese. I monaci si ripararono e quando smise di piovere si rimisero in cammino. L’acqua aveva però fatto esondare un fiume, che aveva allagato tutta la strada.

Nei pressi di una grande pozza di acqua, i due monaci videro una donna, bellissima e disperata. La donna aveva paura di attraversare la pozza, così chiese ai due monaci se potessero aiutarla. Il più giovane scosse la testa imbarazzato e rivolse il proprio sguardo altrove. Il più vecchio, invece, non ci pensò due volte: prese la donna in braccio e insieme attraversarono la pozza. Una volta dall’altra parte, la donna lo ringraziò e si allontanò verso un’altra direzione.

I due monaci ripresero a camminare. Camminarono per tutto il tempo in silenzio, senza proferire alcuna parola. Il monaco anziano contemplava la natura, meditava camminando. Il monaco giovane, invece, aveva lo sguardo basso e sembrava pensieroso.

Solo alla sera, quando intravidero il monastero in cui avrebbero trascorso la notte, il giovane monaco ruppe il silenzio e disse con vigore al suo compagno di viaggio: “Non ti sembra sbagliato toccare una donna? Prenderla in braccio in quel modo, sentire il suo corpo premuto contro il tuo, permetterle di mettere le sue mani intorno al tuo collo? Noi siamo monaci, non è forse sbagliato portare una donna in braccio?

Il monaco anziano si prese qualche secondo prima di rispondere. Poi disse: «È vero: io ho trasportato quella donna per qualche metro. Ma tu, figlio mio, l’hai trasportata nella tua testa per tutto il giorno. L’hai portata con te da quando l’abbiamo incontrata fino a questo momento… ed è probabile che la porterai con te anche stanotte!”

Il messaggio di questo racconto buddhista è al tempo stesso semplice e illuminante: i pesi più grandi che ci portiamo dietro non hanno nulla a che vedere con il mondo fisico. Non sono oggetti, non sono cose. Sono i pensieri e tutte le preoccupazioni, le paure, le ansie e i dubbi che generano.

Tutto ciò non si può toccare con mano ma pesa su di noi molto più di quanto possa farlo uno zaino o un problema fisico. Il motivo è altrettanto semplice: quando si tratta di un oggetto, sappiamo che ci basta posarlo per terra per liberarci del suo peso ma quando si tratta di un pensiero, il discorso è molto più complicato, perché facciamo molta più fatica a controllare ciò che abbiamo dentro rispetto a ciò che si trova fuori da noi.

La soluzione c’è: vivere nel “qui e ora”

Questo racconto buddhista si conclude senza offrire una soluzione esplicita: il monaco anziano, infatti, non spiega al giovane come possa liberarsi del peso di quel pensiero che lo ha ossessionato per tutto il giorno. Ma la soluzione esiste ed è sempre di origine buddhista: imparare a vivere nel “qui e ora”.

Il monaco anziano ci riesce e per questo vive serenamente. Infatti, prima trasporta la donna in braccio, poi se la dimentica e cammina per tutto il giorno contemplando la bellezza della natura. Il monaco giovane, invece, è come la maggior parte delle persone: è schiavo del passato. La sua mente non riesce a posizionarsi sul momento presente, perché è concentrata esclusivamente su un episodio del passato.

In questo modo, il monaco giovane è infelice. Non si rende conto della bellezza che ha intorno, ha lo sguardo basso, è abbattuto e pieno di preoccupazioni e dubbi. Il peso che sta portando dentro è molto più grande di qualsiasi peso che esista nella realtà esterna.

Sono fortemente convinto che la felicità non sia un caso, ma una scelta. Come ci insegna questo racconto, possiamo scegliere di lasciarci alle spalle gli eventi negativi del nostro passato e le relative paure che generano, oppure continuare a vivere nel passato perdendoci tutto ciò che succede intorno a noi.

Possiamo scegliere di essere come il monaco giovane, impaurito e preoccupato, oppure come il monaco anziano: leggero e concentrato sul presente perché consapevole di non possedere altro. Sicuramente più felice di chi invece ha sempre la mente rivolta a ieri o a domani.

 

Gianluca Gotto

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