eBook * OPINIONI miscellanea-uno

QUESTO eBook COSTITUISCE UN ESTRATTO DELLA PUBBLICAZIONE
http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/239351/opinioni/AntonioConese

Opinioni
miscellanea – uno

>>>>>

Copyright © Aprile 2016 – Antonio Conese

La Pubblicazione è protetta dai diritti d’autore ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633 e sue modificazioni.
Sono lecite citazioni e utilizzazioni del testo a condizione che risultino conformi ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.
Citazioni e utilizzazioni, contemplate dalle vigenti disposizioni di legge, dovranno menzionare la fonte e il nome dell’Autore.

>>>>>

Recensione alla prima edizione

Un instant book lucido, graffiante e stimolante, come deve essere un libro concepito, scritto e pubblicato in sintonia con i tempi e nel quale si delinea un quadro dei problemi attuali della comunità globale. L’autore è non soltanto persona informata sui fatti ma è dentro i fatti, e la sua collocazione è esplicitata dall’inizio alla fine spaziando con le sue opinioni su temi di fondo quali: libertà di stampa, meridione, cultura, terrorismo, ambiente, scuola. Con questa raccolta di “rapide riflessioni”, essenziali e non superficiali, l’autore ci invita ad aprire in ogni sede una discussione che responsabilizzi, uscendo dal quadro stereotipato dei dibattiti passerella, esercitando “il diritto di critica” che “non deve essere soggetto a «censura a priori»”. “Noi abbiamo bisogno, insomma, di moltiplicare e diffondere organi di informazione” per esprimere “libere opinioni di parte, libere perché scevre da conflitti di interessi”, e abbiamo bisogno che nella “nostra televisione pubblica … sia amputata la ‘longa manus’ ”. Il sogno del federalismo in Italia è minacciato non soltanto perché “il termine si è caricato di sfumature negative per le connotazioni razziste” che lo hanno accompagnato “nel corso degli ultimi tre decenni”, ma anche perché bisogna coniugare il federalismo con la consapevolezza della colonizzazione del mezzogiorno, a partire dalla unificazione nazionale. La sua domanda non provocatoria è: “e se … un sano federalismo ‘solidale’ fosse effettivamente la risposta ad uno dei nodi problematici della storia dell’Italia … ossia alla questione meridionale?”. Lingua inglese contro lingua italiana? La risposta dell’autore è no: “risulta sin troppo evidente come, per un italiano, sia decisivo innanzitutto pensare e parlare bene in italiano. Ovviamente, con i tempi che corrono, occorre parlare e pensare bene in inglese. Ma non ci può e non ci deve essere alternativa tra le due esigenze”, altrimenti diventa difficile anche praticare la terza ‘i’, l’informatica. Di fronte alle grandi questioni geopolitiche del terrorismo, delle guerre locali e dell’emigrazione di massa emerge con chiarezza “la deludente risposta delle istituzioni comunitarie”. Il problema è complesso e richiede “un complesso apporto multidisciplinare” e “soluzioni interculturali”, “ma soprattutto dobbiamo avere coscienza che l’Occidente ha le sue responsabilità”. Infine, la questione ambientale. “L’umanità ha di fronte a sé una delle più grandi sfide: … frenare il riscaldamento globale”. A Parigi “gli Stati si sono impegnati a cambiare il modo in cui si produce energia”, ma “occorrerebbe una forte sensibilità per questi temi da parte dei leader responsabili delle politiche nazionali e sovranazionali”. È un libro da leggere e da usare.

07 aprile 2016 – Giovanni Prestandrea, Scrittore e Talent Scout

>>>>>

Sommario

Prefazione

Libertà di stampa e libera informazione

Libera televisione in libero stato

Federalismo e questione meridionale

Le tre “i”

Ma gli Inglesi ce l’hanno con gli Italiani?

Il bambino montessoriano, “padre dell’uomo”

La “mafia montessoriana”

Terrorismo

Non pensare all’elefante

Il governo dei petrolieri .

Il popolo di Erasmus

Visite guidate e viaggi di istruzione

Il presepe e la benedizione pasquale a scuola .

>>>>>
Prefazione

In queste pagine sono raccolte rapide riflessioni legate ad argomenti di attualità.

Si è scelto come primo tema quello della libertà della informazione che costituisce, come sappiamo, una questione nevralgica anche per le società democratiche: ne è significativa testimonianza il fatto che, nel nostro Paese, tutti coloro che amano il potere, al di là dei proclami, cercano di impadronirsi dei mezzi di comunicazione e li invadono con la loro presenza.

Si fa riferimento, poi, a problematiche molteplici: il federalismo e la ‘perenne’ questione meridionale, le tre “i”, la “mafia montessoriana”, il terrorismo, la laicità della scuola.

Non poteva mancare un riferimento al Renzi che pensa ostinatamente all’elefante.

Alcune note concernono, poi, le discussioni del giorno: il “governo dei petrolieri” e il referendum sulle trivelle in mare.

>>>>>
Libertà di stampa e libera informazione

C’è stato davvero il pericolo che libertà di stampa e libertà di informazione fossero compromesse, in Italia, nel corso della fase storica che ci apprestiamo a mettere tra parentesi?
Sappiamo che c’è chi ha lamentato la strumentalità della polemica che ha accompagnato, in merito, il periodo che passerà alla storia come Ventennio della Seconda Repubblica.
La risposta all’interrogativo deve essere serenamente fornito esaminando i dati che l’osservatore ha a disposizione.
I casi degli attacchi a Enzo Biagi, a Michele Santoro e adesso a Giannini, i tentativi – che si rinnovano nel tempo, come vediamo in questi giorni – di mettere il bavaglio alla stampa a proposito della pubblicazione del contenuto delle intercettazioni sono sin troppo noti e ciascun cittadino può facilmente riflettere ed argomentare al riguardo.
Ma si può affermare, per esempio, che la stampa ostile a Berlusconi abbia avuto difficoltà ad esporre le proprie posizioni critiche? Direi proprio di no!

Non mi pare che libertà di stampa e libertà di informazione siano state davvero in pericolo in questi anni: che cosa e chi avrebbe potuto impedire ai partiti di opposizione di stampare pagine e pagine di notizie concernenti i processi in capo a Berlusconi e distribuirle nelle piazze per contrastare l’opera disinformativa e diseducativa di certa stampa e di certe televisioni?
Niente e nessuno!

Né si potrebbe sostenere che la legittima difesa della propria reputazione possa essere scambiata per attacco alla libertà di stampa, anche perché in Italia il giornalista oggetto della legittima difesa può sempre far valere trasparenza e correttezza del proprio operato di fronte alla magistratura.
Prendiamo le vicende che accompagnano spesso il giornalismo d’inchiesta.
Milena Gabanelli e Bernardo Iovene, per esempio, erano stati denunciati per diffamazione in relazione ad un servizio andato in onda su Report il 10 marzo del 2002 sulle sofisticazioni alimentari.
La Quinta Sezione Penale della Cassazione assolse i due giornalisti dalla contestata diffamazione sostenendo che la denuncia in «forma dubitativa» di «situazioni oscure» non è diffamazione, ma deve essere considerata diritto di critica del giornalista d’inchiesta: il diritto di critica non deve essere soggetto a «censura a priori» quando chi indaga ritiene di agire nella convinzione che quel sospetto sia fondato.
Certo, nella fattispecie i Giudizi della Cassazione evidenziarono che, a tutela del diffamato,“la questione circa l’ampiezza del dovere di controllo sulla verità della notizia”, nel denunciare ‘situazioni oscure’, trova un limite nel “caso in cui il sospetto sia obiettivamente del tutto assurdo” e che deve sussistere, inoltre, “anche il requisito dell’interesse pubblico all’oggetto dell’indagine giornalistica”.
Ciononostante, gli stessi Giudici spiegarono che “pretendere la censura a priori del giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare fino ad annullarlo il concetto stesso di sospetto e di giornalismo di inchiesta”.

Stampa libera e informazione libera
Sicché: si può affermare che, nel complesso, non è esistita, in Italia, un problema di libertà di stampa e di libertà di informazione.
C’è sicuramente, al contrario, la questione di avviare la realizzazione delle condizioni di una stampa più libera e di una informazione più libera: anche nell’era renziana.
Il nodo problematico mi pare essere ancora una volta il “conflitto di interesse”: se è legittimo che un organo di informazione abbia una specifica linea editoriale, seppure di parte, è un’evidente aberrazione che esistano linee editoriali a supporto di uno schieramento politico o di un personaggio politico, quando il personaggio che si sostiene, proprietario del giornale, governi e legiferi oppure eserciti in qualche modo un potere (anche “soltanto” il potere di informare chi legge).
Né tutta la stampa di opposizione a Berlusconi è risultata scevra dallo stesso groviglio di interessi: è stato possibile talvolta rilevare che i contenuti e i toni di alcuni articoli di giornali di sinistra non siano ad esprimere semplicemente una linea editoriale partigiana, bensì siano a sostenere un orientamento mirante a supportare “interessi” di parte.

Queste, secondo me, le domande cruciali che sono da porre quando si esamina un organo di informazione:
– CHI SONO I PROPRIETARI DEL GIORNALE?
– IL PROPRIETARIO DEL GIORNALE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA’?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DEL PROPRIETARIO CHE GOVERNA ‘O’ LEGIFERA, OVVERO GOVERNA ‘E’ LEGIFERA?
– LA LINEA EDITORIALE È A SOSTEGNO DI INTERESSI “SPECIFICI”, DI INTERESSI “MATERIALI” DEL PROPRIETARIO?

Se sì, non si tratta sicuramente di stampa libera in grado di esprimere una informazione libera!
Noi abbiamo bisogno, insomma, di moltiplicare e diffondere organi di informazione che, seppure di parte – come sono d’altronde gli “organi di partito” – non siano espressione di conflitti di interesse e che, dunque, risultino liberi e che siano in grado di fare libera informazione, nel momento stesso in cui esprimono libere opinioni di parte, libere perché scevre da conflitti di interesse.
Questo è quello che l’opinione pubblica si aspetta da chi ha il dovere ed il diritto di controllare chi detiene il potere.

>>>>>
>>>>>
Libera televisione in libero stato

Pazzesco!
Un effetto (storico) perverso di una decisione (storica) già di per sé perversa!
C’era una volta il consociativismo DC-PSI-PCI.
Il consociativismo DC-PSI-PCI generò tanti frutti amari.
E il consociativismo generò un frutto che si rivelò non solo amaro, ma anche velenoso: la triplicazione della RAI in RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI.
Questa fu una decisione (storica) perversa.
… … …
Ma quale fu un effetto (storico) perverso di tale decisione (storica) perversa?
In breve!
Se in Italia l’informazione televisiva pubblica non fosse stata e non fosse appannaggio dei partiti, l’operazione di Berlusconi, e adesso di Renzi, volta ad impadronirsi di due o dei tre canali della televisione pubblica e di monopolizzare ancora di più l’informazione non sarebbe stata nemmeno immaginata.
Io so per certo che una delle distorsioni della informazione in Italia è determinata dalla ‘longa manus’ dei partiti sulla televisione pubblica.
E so che la soluzione al problema della nostra televisione pubblica è che sia amputata la ‘longa manus’.

Dunque: libera televisione in libero stato!

Anche e soprattutto in questi giorni in cui assistiamo alle grandi manovre del Rottamatore-Pifferaio che sta tentando di completare l’opera di asservimento dell’informazione pubblica alla sua narrazione dell’Italia che riparte.

>>>>>
>>>>>
… omissis …
>>>>>
>>>>>

Il presepe e la benedizione pasquale a scuola

Che bello, i social network!

Anche se non dobbiamo mai dimenticare che gli studiosi mettono giustamente in guardia dai rischi connessi all’uso che se ne fa, è però un fatto che – accanto a tanta zavorra – essi offrono comunque l’opportunità di dibattere “a distanza” con gli amici, anche virtuali, gli argomenti che più ci appassionano.

Ancora una volta, tutto dipende dall’impiego che si fa dei vari mezzi di comunicazione, compresi quelli disponibili sul web.

Ed ecco, dunque, che prima delle festività del Natale dell’anno scorso, discutendo con alcuni amici su Facebook, mi capita di sostenere che per affrontare la problematica del presepe a scuola, prima di imbarcarsi in dibattiti oziosi, sarebbe auspicabile preliminarmente – per questione di metodo – approfondire i temi “stato laico” e “stato confessionale”.

Il secondo passaggio sarebbe decidere se si è per lo stato laico o per lo stato confessionale.

Poi occorrerebbe compiere un esame della situazione in Italia (terzo passaggio).

Finalmente, dopo aver studiato per almeno un anno – sottolineavo – si potrebbe cominciare a discutere nel merito!

Oppure, rischiamo di proporre argomentazioni simili a quelle cervellotiche espresse dal Ministro Giannini sul Presepe, non capendo il Ministro stesso le incomprensibili parole che pronunciò in quella occasione.

Il caso del Dirigente Scolastico Reggente – e cosa e quanto ha dovuto “reggere”, il malcapitato – esposto al pubblico ludibrio soprattutto dai politici nei mesi scorsi per la questione dei canti di Natale fu a lungo dibattuto con argomentazioni strumentali che certamente non giovarono ad un esame sereno ed approfondito del tema. In tale circostanza assistemmo in televisione alla vergognosa sceneggiata di un ex-Ministro dell’Istruzione che, evidentemente a corto di cultura e di argomenti, provocatoriamente intonava – si fa per dire – “Tu scendi dalle stelle” davanti alla Scuola di Rozzano.

E dopo il Natale è arrivata la Pasqua.

Un recente interessantissimo articolo del Prof. Giovanni Cimbalo, Ordinario di Diritto Ecclesiastico alla Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, a proposito di un’articolata sentenza del TAR Emilia Romagna interviene a dare un significativo contributo alla discussione.

Ho deciso, allora, di dare spazio integrale a queste riflessioni. Scrive, dunque, il Prof. Cimbalo:
“La sentenza del Tar dell’Emilia Romagna che vieta l’effettuazione del rito della benedizione pasquale nei locali scolastici è estremamente equilibrata e distingue meglio di quanto abbiano saputo fare politici interessati, dirigenti scolastici, docenti e religiosi, tra conoscenza del fatto religioso e partecipazione al rito, ovvero a un atto devozionale che nelle intenzioni di chi lo compie intende porre un luogo sotto la protezione di un Dio, mediante atti conseguenti (la preghiera e gli atti rituali), finalizzati ad intercedere per ottenere la protezione della divinità.

Considerare la benedizione pasquale una mera tradizione ne sminuisce il significato e non concorre a coglierne la portata e l’importanza religiosa: chi lo fa banalizza e offende questo rito così importante per chi crede, in quanto marca il territorio, delimita uno spazio posto sotto la protezione del Dio dei cattolici.
A scuola si può parlare delle zeppole o delle uova dipinte, o della coltivazione e realizzazione dei sepolcri, ma non si possono porre queste attività ludico-gastronomiche o evocative di antiche festività e eventi dell’avvicinarsi della primavera – assorbite dalla tradizione religiosa cattolica e già frutto di religioni precedenti – assimilandole a un atto rituale come la benedizione che coinvolge i ministri di culto e i fedeli nella celebrazione di un atto devozionale.

I giudici hanno dimostrato di saper cogliere questa differenza che sfugge invece a dirigenti scolastici di evi-dente poca cultura religiosa, a politici a caccia di voti dell’elettorato più tradizionale e a prelati interessati a mantenere il controllo sul territorio e a tutti coloro che fanno della religione un “marcatore culturale” atto a affermare la propria appartenenza e identità.

Il confronto e il dialogo interreligioso, come quello con i non credenti, si svolge sul piano culturale e non sul terreno del rito e della pratica di culto, ridotta da chi vuole imporla e elemento folcloristico, depauperato di ogni significato religioso e devozionale, se non quello formale. Eppure la religiosità, la preghiera e la fede di tutto hanno bisogno fuorché di esibizioni forzate! La propaganda del culto si fa con la predicazione, con l’apostolato e con le azioni di carità e non con le esibizioni di malsane abitudini, come ad esempio la benedizione degli autoveicoli che notoriamente non hanno un’anima!

Consapevoli di ciò i giudici amministrativi hanno ricordato che il principio di laicità esige che la scuola sia luogo di cultura e di confronto tra le differenti appartenenze religiose, che anzi si faccia carico di affrontare queste tematiche con il metodo che gli è proprio e cioè il contraddittorio e il confronto tra le diverse opzioni. Il rito invece è esecuzione univoca, unilaterale, indiscutibile di un atto de-vozionale che o si condivide o non si condivide.

Certo l’efficacia di questa sentenza è limitata al caso specifico, ma è l’art. 19 della Costituzione che disciplina il diritto di celebrare il culto e di farne propaganda. E questa è norma generale che deve essere applicata e da tutti rispettata. Non solo: sono le stesse norme concorda-tarie che disciplinano la presenza della religione nella scuola che all’art. 9 del Concordato stabiliscono che l’insegnamento della religione deve avvenire come fatto culturale e non rituale. Altrettanto fanno le intese con le diverse confessioni le quali sanciscono che questo insegnamento non può avere carattere diffuso e quindi avvenire durante le altre attività della scuola.”

Ecco, dunque, ciò che occorre per affrontare seriamente il tema, secondo la sentenza:

– buon senso;

– conoscenza della Costituzione, delle leggi, dei Patti con la Chiesa cattolica e con le altre Confessioni;

– rispetto del principio di uguaglianza tra chi crede e non crede e quindi del principio di laicità.

Ancora una volta mi permetto di evidenziare, pertanto, quanto illuminate risultino ancora oggi le scelte compiute dagli estensori dei Programmi di Scuola Primaria del 1985, largamente ispirate alla proposizione del confronto interculturale e del dialogo interreligioso.

Non è chi non veda, dunque, come ancora tanta, ma tanta strada sia da percorrere, in Italia, per la realizzazione di una scuola davvero laica.